Per inteditori:
Archivio per ottobre 2008
Jesus is just alright
Lance
Louison Bobet
Devo spiegare l’immagine della testata del Blog:
Si tratta di una foto che ho trovato su corbis.com che ritrae il famoso Louison Bobet ritratto durante la diciassettesima tappa del Tour de France 1955 (Tolosa – Saint Gaudens).
Certo che di battesimo chiamarsi LUISON ?!
During the 17th stage of the 1955 Tour de France between Toulouse and Saint-Gaudens. Despite his puncture, French cyclist Louison Bobet will beat all his rivals in this stage and take the yellow jersey upon arriving in Saint-Gaudens.
Image: © Universal/TempSport/Corbis
Collection: Sygma
Photographer: Universal
Date Photographed: July 26, 1955
Location Information: Between Toulouse and Saint-Gaudens, France
Pista
Build a Homemade precision bicycle wheel truing stand
Seriously, it will be as precise as any high-end stand. I made a Heavyweight truing stand and add threaded indicators to make it much more effective – faster to use, more durable, and light-years more precise.
This stand will allows to accurately adjust both lateral (side to side accuracy) and vertical (roundness accuracy) trueness.
The Steek-Hutzy PTS1000 is:
• Stable (wide aluminum base and rubber feet provides heavy support)
• Heavyweight (accept all wheel size diameters)
• Convenient (made from scraps and metal parts)
This truing stand can be used to build a new wheel or to true an existing one.
The best way to properly true a wheel is with the tire and tube removed. This way, you can accurately evaluate and correct wheel roundness. However, the PTS1000 Truing Stand can be used to check side to side trueness with the tire in place for minor adjustments.
MATERIALS
I spend a lot of time searching and finding cheap materials for the truin. I find some scraps of square Alloy profiles, knobs, metal tubes and a few screws and bolts. Finnally I will made a list of costs.
THE PROJECT
The original idea was to build a truin-stand for my MTB wheels but during the project I made measures to do a overall wheel truin-stand capable to accept all wheel size diameters.
THE STAND
Is built on a solid base with two uprights towers with a tailstock device for wheel centering. Two adjustable steel bars with lateral indicators and an horizontal bar with vertical indicators. On the base a dial indicator with its arm can be mounted to increase precision. I made lateral indicators with a piece of black plastic nylon and a cone tip in order to not damage the rims and I put two big knobs at the end of the screwed bar to add more precision of the movement.
Keep in mind that the larger the diameter of the indicator knob, the more precise your movement of the indicator can be. If you really want to be able to move the indicator just a hair’s breadth, a bigger diameter knob is the answer (but it will also take longer to move wide distances).
The Truing
I see on the web some homemade low-budget truin-stands made of wood, plastic, forks, frames, scraps from garbage etc. but I want to made a real heavyweight truin stand (some people use the bike or the frame as a truin stand).
I can also see a truing stand as a neat thing by and of it’s self, if one already has a fully functioning bike and or one needs to build an extra wheel or one has to periodically build a number of wheels for a number of different people – who may or may not have their bikes around the place.
Plus – with me being a fat bastard, when it comes down to it, when I have to start spoking up my OWN wheels from scratch, for a special upcoming project, I’d rather be assembling my own wheels, on a NICE clean, well lit bench (kitchen table), with a meal, a cup of tea, the wireless (plus pencil, paper
and calculator)… some time between dinner and going to bed, rather than wrestling on the floor with / without a bike, and odd shaped parts. (thanks to Callmeshane).
- SH PTS-1000 Truing Stand
- This is not a real Truin Stand
- This is not a real Truin Stand
- Sculture
- The project without Catia
- Scraps
- Warehouse
Italian Version
Come costruire un centra ruote di precisione
Scherzi a parte, sarà più preciso qualsiasi centra ruote di marca. Ho fatto un cantraruote pesante e massiccio e ho aggiunto degli indicatori filettati per renderelo più efficace – più veloce da usare, più durevole, e anni luce più preciso.
Questo centra ruote permette di regolare con precisione sia lo scostamento laterale sia lo scostamento verticale.
Lo Steek-Hutzy PTS1000 è:
• Stabile (la base in alluminio ed i piedini di gomma forniscono un supporto molto stabile)
• Pesante e massiccio (accetta tutti i diametri ruota)
• Comodo ed economico (ottenuto da scarti di carpenteria metallica)
Questo centraruote può essere utilizzato per costruire una nuova ruota o per regolarne una esistente.
Il modo migliore per regolare una ruota è senza il pneumatico. In questo modo, è possibile valutare in modo accurato e corretto il centraggio del cerchio. Tuttavia, il PTS1000 Truing Stand può essere utilizzato per controllare anche ruote col pneumatico montato.
MATERIALI
Ho speso un sacco di tempo a cercare (e trovare) il materiale gratis. Ho trovato alcuni scarti di profilati in lega di alluminio, manopole, tubi di metallo e alcune viti e bulloni. Alla fine farò una lista de costi.
IL PROGETTO
L’idea originale era quella di costruire un centraruote per la mia MTB, ma durante il progetto ho preso le misure per fare un centra ruote in grado di accettare tutti i diametri ruota esistenti (da quella del triciclo a quella da 29″).
LO STAND
È costruito su una solida base con due montanti a torre dotati di un dispositivo a contropunta per centrare la ruota. Due barre di acciaio regolabili con indicatori laterali e una barra orizzontale con indicatori verticali. Sulla base può essere montato un comparatore con il suo braccio per aumentarene la precisione. Ho realizzato gli indicatori laterali con un pezzo di plastica nera di nylon in forma di cono, al fine di non danneggiare i cerchi e ho messo due grandi manopole alla fine della barra filettata per aggiungere più precisione al movimento.
Bisogna tenere presente che quanto maggiore è il diametro della manopola dell’indicatore, tanto più preciso sarà il movimento. Se davvero si vuole essere in grado di spostare l’indicatore solo un capello, una manopola di grande diametro è la risposta (ma sarà anche necessario più tempo per spostarsi di grandi distanze).
Il Centraggio!
Ho trovatosul web qualche centra ruote fatto in casa a basso costo in legno, plastica, con forcelle, con telai, da scarti di immondizia ecc., ma Io volevo realizzarne uno vero e pesante (alcune persone usano la bicicletta o il telaio come centra ruote con tutta la scomodità del caso).
Se uno ha la necessità di costruire una nuova ruota o deve costruire una serie di ruote per un certo numero di persone il centra ruote è necessario inoltre io preferisco regolare o montare le ruote su un tavolo ben illuminato (tavolo da cucina), con una tazza di caffè, cordless (più matita, carta
e calcolatrice) prima di andare a letto.
REFERENCES / RIFERIMENTI
Some very precise truing stand www.centrimaster.de
An older tool manufacturer VAR Outillages Cycles – Paris
Homemade truing stands www.instructables.com
The Bike Guru www.sheldonbrown.com
The Bicycle Wheel Book by Jobst Brandt
The Professional Guide to Wheel Written by Roger Musson
Addendum
Visto l’interesse suscitato verso questo centraruote, (alcuni forum hanno linkato questo post – grazie per le visite), ho deciso di aggiungere queste note per chiarire alcuni aspetti, inoltre vorrei ricordare a tutti che chiunque voglia altri chiarimenti o altre informazioni può lasciare un messaggio al fondo di questo post:
1) Alcuni hanno detto che il mio centraruote è “mostruoso”, ebbene si e così, vi ringrazio sentitamente, l’ho costruito perché fosse mostruoso e vi spiego perché;
2) Non è neanche immaginabile pensare di centrare una ruota senza un supporto stabile, io ci ho provato, ma i risultati sono pessimi. Dapprima bisogna capire che tipo di ruota si vuole centrare: dal top di gamma da strada in carbonio alla ruota 48 raggi della bmx ci sono differenze enormi in termini di precisione; alcuni produttori vendono dei centraruote con base in plastica e un solo braccio, altri devono essere fissati ad una morsa da banco (vedi il Centrimaster che è ottimo, ma ha bisogno anche lui della morsa) che vostra moglie non vorrebbe vedere attaccata al tavolo delle cucina!
3) Il grado di precisione che si vuole ottenere dipende soprattutto dalla ruota, ad esempio: si arriva a pochi decimi di millimetro per una ruota nuova da strata o mtb di gamma medio alta o comunque di buona manifattura, sino a 1,5 – 2 mm max si scostamento per il restauro una vecchia ruota Sanremo di una bici da corsa (vedi Steek-Hutzy Sport). Dunque si spiega il perché della Stabilità e della Precisione che sono necessari per il decimo di millimetro della vostra nuova ruota che vi è costata una fortuna da (1000 a 2500 euro la coppia). Su una ruota del genere non sono accettabili errori superiori a 4-5 decimi di millimetro.
4) Tanto per sottolineare la necessità di stabilità, dopo aver fatto girare alcune ruote, anche a velocità sostenute, si è reso necessario aggiungere il supporto anteriore e posteriore con dei piedini di gomma che vostra moglie apprezzerà sicuramente più della morsa!
5) A volte ho montato dei comparatori usando i perni delle guide dei profili d’alluminio, ma non è necessario perché i puntali e le linguette lavorano molto bene; sia i puntali che le linguette possono essere facilmente modificati a piacere anche con materiali diversi. Usando i comparatori si complica un po’ la procedura che è più lenta, in quanto i comparatori sono pur sempre strumenti e come tali vanno trattati, il puntale del comparatore striscia sul cerchio e si rischia di rovinarlo per usura.
6) Il lavoro è stato fatto in una officina meccanica, qualcuno crede che si possa fare in garage ? Forse si se nel garage avete: un trapano a colonna con morsa mobile con cui ho fatto i fori diagonali nelle torrette e un tornio parallelo con cui ho fatto i barilotti in Inox 420B; se non avete queste cose potete rivolgervi ad una officina meccanica tradizionale del vostro paese che sicuramente non vi negherà due fori.
7) I materiali sono di recupero: i profili d’alluminio erano degli scarti di arredamento, le barre d’acciaio erano materiale di scarto come anche le parti in teflon, i pomelli sono stati recuperati da vecchi pannelli di forni, altre piccole cose le ho comprate in ferramenta. L’idea di farlo così mi è venuta proprio quando ho trovato questi profilati estrusi, se non li avessi trovati probabilmente avrei pensato ad altro, ma mi seccava veramente buttarli. In seguito ho scoperto che la COBRA Bicycle Tools ha in catalogo un centraruote elettronico ET, la cui struttura è molto simile al mio (qualcuno è più pazzo di me).
8) Nel progetto originale (quello della foto) avevo previsto un movimento centrale a rotella che poi è risultato inutile e una lampada che invece lo sarebbe.
La seconda morte degli yuppie
LA CRISI FINANZIARIA VISTA DALLO SCRITTORE DI «LE MILLE LUCI DI NEW YORK»
La seconda morte degli yuppie
La parabola degli anni Ottanta si rispecchia nel crollo di oggi
Di JAY McINERNEY

Ho sentito per la prima volta la parola «yuppie » nell’83, quando vivevo nell’East Village. Allora dividevo un appartamento con il mio miglior amico, scrivevo il primo romanzo e mi guadagnavo da vivere come lettore di dattiloscritti a Random House. Mi stavo godendo una prima colazione a mezzogiorno, da Veselka, sulla Second Avenue, ancora in preda alla sbornia della notte prima (…). In precedenza, mi fermavo da Binibon, ma proprio sul marciapiede Jack Henry Abbott aveva pugnalato il cameriere-drammaturgo Richard Adan e dopo il fattaccio il locale era stato chiuso per mancanza di avventori. Seduto accanto a me al bancone c’era un pittore, che viveva nel quartiere e amava pavoneggiarsi con gli abiti schizzati di vernice, e a un tratto l’ho sentito borbottare, «Yuppie di merda ». Ho alzato lo sguardo e ho visto una giovane coppia elegante, ovviamente di buona famiglia, del tipo preppy per intenderci, che aspettava che si liberasse un tavolo. I due ragazzi sembravano provenire dai quartieri alti dell’Upper East Side, pantaloni cachi e camicia di cotone. Noi invece eravamo tutti uniformemente anticonformisti nei nostri jeans neri, Ramones nere ai piedi e T-shirt con i logo delle TV. (…) Questo «yuppie» mi suonava nuovo.
Pare che il termine sia apparso per la prima volta nel 1983, quando l’opinionista Bob Greene scrisse un articolo sull’ex leader yippie Jerry Rubin, che organizzava incontri sociali allo Studio 54. In quel giro, a detta di Greene, c’era un tale che giurava che Rubin, da capo degli yippie, era diventato capo degli yuppies. Il neologismo stava per Young Urban Professionals (giovani professionisti metropolitani) e sarebbe passato alla storia come yup, se non fosse stato per Rubin. Il termine yuppie suggeriva una certa traiettoria evolutiva – o involutiva – rispetto a hippie e yippie. E vantava una storia avvincente: la duplice ironia del perditempo rivoluzionario che si trasforma in imprenditore e capitalista convinto; sullo sfondo, un’atmosfera fascinosa screziata di fatuo edonismo, per non parlare dell’acronimo arguto, che descriveva a puntino una nuova minoranza immediatamente riconoscibile(…).
Il tono con cui si pronunciava la parola yuppie sulla East Fifth Street si caricava progressivamente di odio e disprezzo man mano che i prezzi immobiliari nell’East Village schizzavano verso l’alto. Nel corso di decenni di relativa stabilità, la zona era diventata il bastione degli immigrati dall’Europa orientale e dei giovani artisti. È facile dimenticare, a distanza di tanto tempo, che questa era anche una zona di guerra, dove scippi e stupri erano all’ordine del giorno e non facevano nemmeno più notizia. Gli Hells Angels imperversavano sulla East Third Street, e al calar della notte si andava a est della Second Avenue a proprio rischio e pericolo. I poliziotti non ci mettevano piede. La East Tenth, oltre la Avenue A, era un supermercato della droga, con spacciatori minorenni che sgattaiolavano dentro e fuori da palazzi fatiscenti. In realtà, vasti settori della città erano invasi dalla sporcizia e in mano alla criminalità. Persino il West Village era assai deprimente in confronto a oggi e a Times Square regnava uno squallore spettacolare. Andate a rivedere Taxi driver o The French Connection se volete rivivere l’atmosfera di queste zone, allora ridotte a un deserto urbano.
Ma non si trattava solo di estetica. A quei tempi New York era una città, nel complesso, molto più provinciale di oggi, suddivisa a seconda dell’etnia e del ceto sociale. A Little Italy abitavano in preponderanza gli italiani, mentre l’East Village contava per lo più ucraini. I ricchi Wasp (bianchi anglosassoni protestanti) vivevano invece nell’Upper East Side, a ovest della Third Avenue, e Harlem, ovvio, era al 99 percento nera. Molti bianchi avevano il terrore mortale di appisolarsi in metropolitana e di svegliarsi in corrispondenza della 145a Strada. La classe media bianca defluiva poco a poco dalla metropoli, dove imperversava la criminalità e l’eroina dilagava come un’epidemia (…). Questa era la Manhattan prima dell’arrivo degli yuppies, una città, oserei dire, alla disperata ricerca di riscatto e di rilancio (…).
Reagan spiana la strada agli yuppies
Il mondo artistico dell’East Village, inaugurato dall’apertura della Fun Gallery di Patti Astor nel 1981, era già lanciato alla grande per la fine dell’83. Le gallerie attiravano i clienti danarosi, ovviamente disprezzati proprio dagli artisti dell’ambiente. Gli yuppies, appena identificati come tali, incarnarono subito la principale contraddizione del settore artistico, che oggi diamo quasi per scontata: sono proprio gli esponenti della borghesia i consumatori finali di tutto quello che l’arte produce al fine di épater la bourgeoisie.
Basquiat certo non vendeva le sue tele da cinquantamila dollari agli amici tossicodipendenti.
Sin dall’inizio, si percepiva una certa confusione soggetto/oggetto nel concetto di yuppie, quasi una riflessione sul fenomeno, del tipo «abbiamo conosciuto il nemico ed è dentro di noi». A parte gli occupanti abusivi del centro città, era difficile talvolta trovare un abitante di Manhattan che non avesse adottato il nuovo stile di vita in qualche sua sfumatura. L’iscrizione alla palestra ti qualificava come yuppie? E sniffare cocaina? O mangiare pesce cru do? Quando ho sentito un agente cinematografico che scagliava sprezzante quell’epiteto contro un gruppo di banchieri all’Odeon, mi sono chiesto che fine avessero fatto i classici oggetti di lancio, quali pentole e piatti.
A livello nazionale, il terreno era stato preparato dall’elezione di Ronald Reagan alla presidenza, l’ex attore con il sorriso Colgate accompagnato dall’imperiosa Nancy, sua moglie. La signora Reagan sborsò 25.000 dollari per il guardaroba dell’inaugurazione, mentre per rinnovare gli arredi dell’appartamento presidenziale alla Casa Bianca non esitò a spendere 800.000 dollari. Pare che a quei tempi fossero un sacco di soldi, a giudicare dallo stupore con cui la cifra passava di bocca in bocca. Per il servizio di porcellana, la fattura fu di 209.508 dollari, che sembrano tanti ancora oggi. Che lusso! Dopo gli anni di Jimmy Carter, che compiangeva il malessere nazionale e ci raccomandava di ridimensionare le aspettative e trasportare da soli le nostre valigie, i Reagan irruppero sulla scena come fautori inconsapevoli della bella vita. I consumi sfrenati erano una buona cosa. In America era spuntato finalmente il sole, secondo Reagan, quasi a voler dire che gli anni Sessanta erano davvero finiti.
All’epoca non lo sapevamo, ma la nascita della nuova specie potrebbe risalire al 22 settembre del 1982, con la prima puntata di Family Ties (in Italia «Casa Keaton ») e l’apparizione di Michael J. Fox nei panni di Alex Keaton, il giovane repubblicano con la ventiquattrore in mano. A ripensarci, sì, Keaton era proprio il proto-yuppie. Nato in Africa da genitori hippie impegnati in interventi umanitari, Keaton porta la cravatta anche in casa, adora la ricchezza, il successo negli affari, Ronald Reagan, e sogna di far carriera a Wall Street. La serie conobbe sette stagioni, dall’82 all’89, e illustrò una strana inversione culturale in cui una nuova generazione conservatrice accantonava tutti i valori liberali dei padri. Gli ideatori della serie, invece, intendevano focalizzare l’attenzione sui genitori, ma il giovane repubblicano ben presto si accaparrò le luci della ribalta. Se sulle prime Keaton poteva apparire un’anomalia, nel giro di brevissimo tempo si trasformò nell’avatar dello Zeitgeist.
«Chi sono tutti questi tipi ambiziosi, con le bottigliette d’acqua firmata, scarpette da corsa, parquet anticato e appartamenti da mezzo milione di dollari in quartieri degradati?» chiedeva la rivista Time il 9 gennaio del 1984. «Gli yuppies», ci veniva spiegato, «si dedicano al duplice obiettivo di fare un mucchio di soldi e di raggiungere la perfezione, grazie alla cura del fisico e della mente, con palestra e psicoanalisi» (…).
La cocaina, droga simbolo di un’epoca
Come gli hippie, gli yuppies erano anch’essi figli del dopoguerra, pronti a ribellarsi contro i genitori. Ma gli yuppies non rifiutavano tanto la politica dei padri, quanto i loro gusti e le restrizioni finanziarie. Gli yuppies erano apolitici. Vivere nelle metropoli, per loro una condizione essenziale, era forse la reazione alle periferie, dove molti erano cresciuti. L’epicureismo di cui andavano fieri rinnegava probabilmente i cibi pronti, in scatola o surgelati, della loro infanzia. E in quanto ad ambizioni, beh, le Bmw e i loft da 450 metri quadrati non costavano certo poco, nemmeno nel 1984. Ma ovviamente si trattava di ben altro, malgrado le caricature, poiché l’etica del far sempre di più e sempre meglio si estendeva anche al campo fisico. Sembra incredibile, ma nel 1979 c’erano davvero pochissime palestre a Manhattan.
Il mio primo romanzo, Le mille luci di New York, fu pubblicato nel settembre del 1984, anche se ambientato qualche anno prima, in una New York più sporca e meno ricca. Quale non fu la mia sorpresa quando il Wall Street Journal mi definì portavoce degli yuppies. Il protagonista del romanzo è un anonimo impiegato e aspirante scrittore sempre sull’orlo della povertà, ma se non vado errato non mangia pesce crudo. Il suo miglior amico, Tad Allagash, è più simile a uno yuppie, un pubblicitario con accesso a tutti i posti giusti, un ragazzo dei quartieri alti che bazzica anche in quelli bassi. E i due insieme sniffano cocaina, conosciuta come «Polvere boliviana per la marcia», che sarebbe diventata la droga emblematica degli anni Ottanta, come l’Lsd lo era stato per i Sessanta.
Per un breve periodo, la cocaina era parsa la droga perfetta per i giovani brillanti e ambiziosi. Tutti sapevano che l’eroina provoca assuefazione e che le anfetamine uccidono, ma la cocaina sembrava innocua. Ti aiutava a star sveglio di notte, e anche il giorno dopo, e se ti sentivi un po’ giù, ti rimetteva in sesto meglio di un caffè doppio. Un amico mi fece notare nel Village Voice l’annuncio di un’associazione chiamata Cocaina Anonimi. La scoperta provocò grande ilarità. Era come se ci fossimo imbattuti in una pubblicità per Soldi Anonimi, o Caviale Anonimi. (A quei tempi, l’idea dei sessodipendenti ci avrebbe fatto stramazzare a terra dalle risate). Semplicemente, non credevamo fosse possibile esagerare con una sostanza talmente congeniale. In parte, questo dipendeva dalle nostre limitate risorse, dato che tutti gli amici del mio giro lavoravano nel campo artistico ed editoriale, assai poco remunerativo. Non potevamo permetterci quantità esagerate. Ma anche chi poteva, pensava di aver scoperto il segreto del moto perpetuo. A causare la morte di John Belushi, nel 1982, era stata l’eroina, ci ripetevamo, non la cocaina, anch’essa presente nella tremenda miscela che gli aveva stroncato il cuore.
Sarebbe trascorso quasi l’intero decennio prima di renderci conto che anche con la cocaina c’era un limite. Per qualche motivo, eravamo sicuri che non ci sarebbero stati conti in sospeso da pagare.
E all’improvviso, la coca era dappertutto: a Wall Street, Madison Avenue, Seventh Avenue.
La coca è stata la metafora perfetta per la cultura del consumo incontrollato, una cultura fondata sul credito e convinta che sia possibile rimandare all’infinito ogni conseguenza spiacevole. La cocaina è letteralmente un cane che si morde la coda: in nessun momento si raggiunge mai la pienezza, la realizzazione, in rapporto al consumo dell’esatto numero di righe. La soddisfazione è sempre dietro l’angolo, una riga più avanti. Ed è stato così che molti di noi hanno imparato che tutto quello che va su, prima o poi torna giù, una lezione ribadita il 19 ottobre del 1987, con il tonfo della Borsa americana dopo un lungo periodo di rialzi pazzeschi.
Qualche mese dopo quel Lunedì Nero, Newsweek dichiarò che gli yuppies erano ormai estinti e da allora vari commentatori ne hanno stilato il necrologio. Il più sconvolgente è stato un romanzo dal titolo American Psycho, pubblicato nel 1991 da Bret Easton Ellis, in cui il commiato al materialismo di quell’era è talmente esauriente da apparire definitivo. Patrick Bateman è il super- yuppie, con in più l’hobby della tortura e del delitto. I suoi gusti sono impeccabili, e il buon gusto è appunto prerogativa di questa specie.
Se qualcuno chiede, come ha fatto di recente mio figlio, «Che cos’è uno yuppie?», basta gettare uno sguardo a Bateman: «Ho sudato come un pazzo in palestra dopo aver lasciato l’ufficio, ma la tensione è tornata, allora faccio 90 addominali, 150 piegamenti e poi corsa sul posto per venti minuti mentre ascolto il nuovo cd di Huey Lewis. Una doccia calda e subito dopo applico sul viso il nuovo scrub dermolevigante Caswell-Massey e spalmo sul corpo il tonificante Greune, poi l’idratante Lubriderm e per finire la crema addolcente per il viso Neutrogena. Sono in dubbio tra due completi: giacca-pantaloni in crepe di lana Bill Robinson comprato da Saks, con la camicia di cotone stampato Charivari e la cravatta Armani. Oppure giacca sportiva in lana e cashmere a quadri blu, camicia di cotone e pantaloni di lana con la piega Alexander Julian, con una cravatta Bill Blass di seta a pois».
Gli yuppies di oggi
Con Patrick Bateman, Ellis aveva creato il gemello malvagio di Alex Keaton, ormai adulto, l’uomo che crede di più a un completo Armani che alla persona che lo indossa. Fusioni e acquisizioni? Omicidi ed esecuzioni? Facili da confondere, come lo sono gli amici, amanti, colleghi e vittime di Patrick, tutti pressoché intercambiabili.
Per quanto il termine richiami alla mente gli anni Ottanta, lo yuppie non è stato ancora consegnato alla storia. Nel 2000, David Brooks ha cercato di raffinare il concetto, creando il «bobo» (bourgeois bohémien) per descrivere un consumatore presumibilmente più illuminato, capace di abbinare agli interessi personali degli anni Ottanta l’idealismo liberale di un’era precedente; i riferimenti agli yuppies stanno a indicare invece una sottospecie più grezza. Nel frattempo, dall’albero genealogico della famiglia yuppie è spuntato un nuovo ramo, l’hipster. Gli hipster sono convinti di essere gli anti-yuppies per eccellenza. A differenza dei loro antenati, non vogliono farsi conoscere per la professione o l’ambizione, bensì per l’indifferenza verso entrambe. In questo sottogruppo, il culto della competenza e del buon gusto è ancor più esasperato. Il loro codice, illustrato con sferzante ironia nel Manuale dell’hipster da Robert Lanham, pubblicato nel 2003, è fondamentalmente elitista e in controtendenza rispetto alla moda. Il consumismo hipster ha valorizzato tutto ciò che è alternativo e autonomo, scartando le marche predilette dagli yuppies a favore delle proprie. Allora ecco ricomparire le vecchie magliette, a rimpiazzare le camicie eleganti Turnbull Asser da portare con il colletto aperto, e la birra Pabst Blue Ribbon ha scavalcato lo chardonnay. Ma alla fine, che vi piaccia o meno Starbucks, una società in cui veniamo identificati per la scelta dei jeans e del caffè rispecchia molto di più Alex Keaton che Abbie Hoffman (…).
Esiste ancora probabilmente qualche manipolo di operai sindacalizzati a Brooklyn e nel Queens, che tracannano birra e se la ridono di chiunque frequenti una palestra o vada a chiedere un caffè in un locale che non sia la latteria dell’angolo, ma in generale la cultura yuppie si è tramutata nella cultura comune, se non nella realtà, quanto meno nelle intenzioni. I baccelli degli alieni hanno invaso il mondo. L’ideale della raffinatezza, la venerazione delle grandi marche e dei capi griffati, il culto della perfezione fisica attraverso ginnastica e chirurgia, vi sembrano forse le pittoresche abitudini di un clan ormai estinto?
Tratto da “Il Corriere della Sera” del 13 Ottobre 2008
(Traduzione di Rita Baldassarre)
© 2008 Bright Lights, Big City, Inc.
Jay McInerney
13 ottobre 2008
Medusa
Motzorongo 2008
Aqui voy a poner unas fotos de Motzorongo del Verano 2008.
Espero que todo el mundo que pide las fotos del pueblo tambien se anime a mandarme unas!
- Anden del Ferrocarril
- El Ingenio de Motzorongo
- La torre del ferrocarril
- Crices del Pantheon
- Lamina
- El Tren
- Arbol de Especias
- Taquitos de Motzorongo
Fotos de: D. Zambra
Picture Courtesy by: D. Zambra































