Archivio per gennaio 2010

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HK Fixed has changed !?

HONG KONG FIXED GEAR has changed into flwrider.com

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Il sogno infranto dal doping

Ho trovato questo articolo di E. Capodacqua in cui un Giovane Under 23 denuncia il proprio DS e abbandona il Ciclismo…….Bravo Thomas sei un esempio per tutti e il tuo DS è una “merda” .

“Abbandona, senza non fai nulla”

Il drammatico racconto di un giovane ciclista veneto arrivato all’esordio in una competizione importante. Il ds lo esorta a doparsi come i compagni: lui lascia il ciclismo dopo anni di allenamenti e sacrifici

di EUGENIO CAPODACQUA

Il dramma doping nel ciclismo ha radici profonde, che arrivano addirittura ai giovani diciottenni. La storia è da brivido e rappresenta la cartina di tornasole di un mondo che fatica a scomparire: quello in cui un giovane è messo bruscamente di fronte ad una tragica “necessità”, quella di aiutarsi farmacologicamente in qualche modo, attraverso la solita deprecabile farmacopea al primo appuntamento importante. Un giovane veneto (Thomas B. NDR) (una delle regioni “patria” del ciclismo nostrano) dopo mesi di preparazione, sacrifici e sudore, alla vigilia della prima gara importante si trova davanti il compagno di stanza che si sta facendo una iniezione, chiede lumi al direttore sportivo e da questi, invece di essere ascoltato e apprezzato, viene addirittura redarguito malamente. “Ma tu non lo hai mai fatto da junior?”.

Evidentemente no se lo shock per il giovane è tale da spingerlo ad abbandonare i pedali. Anche se sente di avere le qualità per fare bene. Abbandonerà per sempre. Una storia che chissà quante volte si è ripetuta (e chissà quanti talenti sono andati perduti…) e che rappresenta meglio di altre la tragedia del ciclismo nostrano, perché rivela il marcio alla base; un ciclismo abbandonato a se stesso nelle categorie giovanili, pressoché prive di controlli o, peggio, in mano a praticoni che fanno delle sbandierate “esigenze di visibilità dello sponsor” un credo disastroso.

Ecco il drammatico racconto di un sogno infranto per colpa del doping.

“Finalmente è arrivato. Mesi di preparazione, a sputare sangue, uscite di ore a diversi gradi sottozero e adesso finalmente l’epilogo del mio sogno la mia prima corsa da under 23. Finalmente. Grande squadra, grandi aspettative, ottime sensazioni, ottimo lavoro svolto. Ed eccomi al raduno pre gara: mancano due giorni all’evento.

Soprazocco (il trofeo di Soprazocco, importante gare Under 23 n. d. r.) mi sta aspettando. Parto da casa alla mattina presto, così sarò con gli altri in tempo per l’ultima uscita con i compagni. Ottime sensazioni: malgrado la nebbia, ci sono. Mi alleno, mangio, cerco di entrare nell’ambiente. Il tempo scorre. E’ sera: il mio sogno continua. E si avvicina.

Entro in stanza: vedo un compagno seduto con una siringa in vena. Boom boom boom….. il cervello mi scoppia. Ma cosa sta facendo? Ma… il mio sogno e gli insegnamenti dei miei tecnici, “non hai bisogna di nulla: preparazione, serietà e cuore bastano per fare un campione”, mi dicevano. Tutto finito. Forse. Corro dal DS. Sono sgomento. Mi tratta come una merda. Mi calpesta, non mi ascolta. E poi mi dice: ‘Ma come? Tu non lo hai mai fatto? Neanche da junior ? Impossibile correre senza. Non si recupera’. Ma senza cosa ??? Ma cosa si deve prendere??? Ma come? Sono seguito da due anni da un centro ricerche che mi ha insegnato ad usare l’SRM (lo strumento di allenamento che registra la potenza sui pedali), che mi ha insegnato ad alimentarmi, a capire anche cosa sono i macronutrienti, la massa grassa, il muscolo; un centro dove monitorizzano il mio metabolismo, mi preparano i piani alimentari, gli allenamenti. Mi dicono tutto sulla mia composizione corporea, e adesso mi dicono che la mia performance deve passare per la farmacia.

Mi hanno insegnato che in natura trovo tutto ciò che mi serve; ho imparato a demonizzare gli integratori, gli aminoacidi, mi hanno insegnato a vivere da atleta e adesso tu… mi parli di farmacia… mi dici di andare a fare la bmx … E allora? Ho abbandonato tutto. Sono scappato. Scappato dalle tue parole dai tuoi discorsi di sponsor, di aspettative degli stessi. Sono passato come un rullo compressore sopra me stesso.

Il mio lavoro. Il mio credo. Il mio sogno. (…)

Sai così tanto di farmacologia e l’unica cosa che hai saputo dire è che sono grasso, e sai perché? Perché forse non riconosci il muscolo dalla “ciccia”. Il giorno dopo mi scrivi che mi ammiri, mi dici che troverò una squadra con meno pressioni e aspettative.

Bèh, io non ti ammiro, anzi. Ti odio. Ti odio. Ti odio. Era il mio sogno e la tua “merda” l’ha cancellato.

Parli di vittorie. Sappilo: ogni volta che un tuo atleta vince il ciclismo ha perso”.

Thomas B.

Via www.repubblica.it/

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ONE CYCLIST’S EXPERIENCE

Via www.antidopingresearch.org

Ho trovato questo interessante articolo sulla carriera ciclistica di un atleta Americano:

ATHLETES’ STORIES: In Their Own Words

Brian Kelly is a former elite cyclist who recently received his Ph.D. in biochemistry from the University of Utah. Here, he recounts his climb into the sport, only to face mounting pressures to dope.

ONE CYCLIST’S EXPERIENCE By Brian Kelly

Now 31 years old and with ten years of perspective, I can more clearly see the strength that it took to leave my dream career, my first love, behind. I was only 9 years old when the spirit of cycling captured me. Twelve years later, I learned that there is a ceiling that most young riders eventually hit and a time when they must choose whether to use performance-enhancing drugs in order to remain competitive. This is my story.

During the summer of 1985, a family camping trip near Ward, Colorado led to my initial exposure to bicycle racing. I caught sight of some racing cyclists passing in front of the mountains, and I was dazzled by their speed and their zeal. It was the Coors Classic, en route to Estes Park. I already had a general interest in endurance athletic pursuits and a few foot races under my belt, but it was that first glimpse of those cyclists that I would describe as the beginning of my interest in bicycle racing.

One year passed, and I saw an article in the local newspaper for an upcoming bicycle race for kids between the ages of 10 and 16 called the Red Zinger Mini Classic. I asked my father to get me a racing bicycle, since all I had at this point was a dirt bike. He came home with a red 10-speed that he likely purchased at K-mart. Now with a bicycle, I was ready to enter the race, which I did.

I was the youngest and smallest kid racing. The first stage was a time trial. After the finish, I threw up as I had ridden so hard not to get caught. Subsequent stages passed through the Colorado Front Range area. In some I finished dead last! Near the end of the week, there was a race up NCAR, a short, very steep hill on the southwest side of Boulder, Colorado. I placed 10th in my age group on that stage. The following day my name was listed in the local paper, and that was the first time I was so recognized for a sporting achievement for all to see.

During the ensuing few years, I continued racing in the Red Zinger Mini Classic, with occasional races in Vail and Aspen, Colorado. With each race, I grew more attached to the sport.

In 1991, now age 15, I saved money from my paper route in order to pay my way to Germany where I could race with a sports exchange program, Sports For Understanding. There I stayed with a host family for two weeks and raced in a couple of road races and a track race. I loved it, riding at speed through these old German towns, on cobblestones, through narrow passageways. It was infectious!

The following two weeks I spent in Stuttgart, Germany, where I trained and watched the 1991 World Cycling Championships, both on the track and the road. Somehow I managed to get into the U.S. team tent lining the start/finish straight on the road course from where I watched the men’s professional road championships. Disappointed when a childhood hero of mine, Greg LeMond, dropped out, I was nonetheless thrilled to be so near him. It was this trip that cemented my dream to become a professional bicycle racer.

Over the next year, my training became more focused on the goal of winning a race, something that had eluded me in the previous six years of racing. I trained on all the courses for that summer’s Red Zinger Mini Classic. The training, dedication, and determination paid off. I won the overall race and a number of stages that year. My name was now published in VeloNews, alongside my heroes, some of whom had also won the Red Zinger Mini Classic before going on to become professionals. I dared to imagine that I might also have that fitness, skill, and drive required to achieve my goal of racing in Europe.

In 1993, I spent some time at the Olympic training center in Colorado Springs and was a member of the USCF junior regional team. In 1994, I had caught the eye of the national team coaching staff, and I was selected to compete for a spot on the junior world’s team that year. It was a great experience competing with other junior riders to represent the United States in Quito, Ecuador. I did not earn a spot on the world’s team; however, I was chosen to ride in the Olympic Festival that year, where I competed in the road race and time trial. In between these national level events, I competed throughout the western United States, and gained the license of Category 2 while I was still a junior.

In 1995, as a first-year senior rider, I raced for Taya Chain, a top amateur team in the nation. I competed in many domestic events, and often helped the team win races. It was a big change to go from racing fairly short junior events to multi-day stage races with riders twice my weight. Intimidating would be one word to describe it! My thirst for racing in Europe continued to develop, and I knew I needed to find a way to race there if I was ever going to be a professional.

In the spring of 1996, I purchased a plane ticket to Brussels, Belgium, where I was to rent a room in the city of Gent from an individual who housed many cyclists. Gent is located in Flanders and is nearby many fabled cobblestone climbs that you often read about in cycling magazines. Perhaps the weather upon arrival in Gent was foreshadowing what was to happen to my dream of becoming a professional cyclist. I arrived May 1, 1996, to cloudy, cool, drizzly conditions. This would be the typical weather for the remainder of my time there.

I was taken to a house that I would share with riders from Australia and New Zealand, all of whom were in Belgium trying to make names for themselves. We had a nice little community in the house and there was always somebody to go training with if you were not racing that day. My room was on the third floor of the long and narrow house, and as I approached my room I could not help but notice that the ceiling had a large hole in it when what little sunlight that penetrated the clouds would enter.

I remember being somewhat surprised by the request from the landlord that if the police ever came to the house, to be certain not to answer the door. I am not sure if that was because the house probably wasn’t truly fit for occupancy, or perhaps he had other reasons.

My landlord ran a small Belgian cycling team, and a number of the riders staying in Gent would race for his team at various times during the season. I went to Belgium as somewhat of a free agent and I didn’t have a contract. So I would race in kermesses, Flemish for “Carnival,” that would include a bicycle race to accompany a village fête, during the week. Occasionally I would be asked to ride a larger race with a team if my performance in a kermesse was good. I typically would race three to four times per week, filling the remainder of my time there with training rides and occasional bakery stops.

I became accustomed to the style of racing in Belgium fairly quickly. However, there was one troubling aspect to which I had not previously been exposed. It was fairly common in the changing room before the start of a race to see three or four men huddled around a rider, one with a syringe in his hand injecting the rider. The first time I saw this, I was very disappointed, but I knew that I would race clean. Unfortunately, this use of such banned and potentially dangerous performance-enhancing substances as erythropoietin (EPO) and “pot belge” (a mix of heroin, cocaine, amphetamines and possibly other drugs) continued fairly regularly. It always left me with a deeply unsettling feeling and never became any easier for me to see or understand.

Indeed, here I was, a 19 year old, nearer than ever my dream of becoming a professional cyclist and racing in the Tour de France. Yet staring me in the face was the one thing that would eventually keep me from completely realizing it.

After a few weeks of racing in Belgium, one of the riders staying in another house owned by the same landlord told me he had been injected with some “vitamins.” His injection went bad somehow; the rider got very sick and had to go back to England to be treated. That was the last I ever saw or heard of that rider.

A short time later, an American cyclist who had been racing in Italy for a large team, approached me. He explained that with my results at this point, I could obtain a professional contract, but first I would have to subscribe to a “medical program.” He told me that he could help me obtain “recovery agents” and my performances would improve drastically. He wasn’t the only person telling me this; I had directors of teams saying that they liked my abilities and that they could help foster my development, but that I would have to use their “medical program.” I had always told myself that I would race clean, so I always declined these offers.

Some days later, when I was warming up for another kermesse, I was hit by a car. I had no broken bones, but I sustained a large amount of soft tissue damage, particularly in my lower leg. Initially, I was told that I would be back racing in a couple weeks, so I stuck around Gent for treatment. However, once it was clear that my injuries were not healing quite so quickly, I decided that I should head back to Boulder, Colorado, to fully recover.

At this point, I was fairly disillusioned with the prospect of becoming a professional cyclist given all that I had seen and been told in Europe regarding the prevalence of performance-enhancing drug use. I had not given up hope that I could be strong enough to compete without the drugs and still gain a contract to race professionally. In light of this plan, I decided to enroll part-time at the University of Colorado, which had invited me to compete on its collegiate cycling team. At the time, this team was the perennial favorite to win the national championships. I took classes and trained to get back to racing, but the injuries sustained in Belgium led to other injuries, and it became apparent that I needed a large amount of time off the bike to heal. My love for learning combined with my experiences in Europe led me to forfeit my boyhood dream and leave competitive cycling altogether.

After my initial year of taking classes part-time, I enrolled in a course of education that would take me to dual degrees in molecular biology and biochemistry. I was enthralled with research and decided to pursue a Ph.D. in biochemistry, which I recently completed. Now at a crossroads in my career path, and with my longstanding love for competitive sports, I have embarked on a road that I hope will lead me to the point of improving detection techniques of performance- enhancing substances and cellular modifications that may be occurring in athletics.

I hope that, someday, young, aspiring riders will not be faced with a choice of using performance-enhancing drugs in order to compete on equal ground. Perhaps my personal experience, professional education, and dedication will allow me to play a part in achieving this important goal.

Anti-Doping Research, Inc. © 2009

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Doping: What a Difference a Drug Makes

March 31, 2008 By Michael Shermer

Via http://www.scientificamerican.com

Doping: What a Difference a Drug Makes

Average speeds of the winners of the Tour de France took a quantum leap upward beginning in 1991, when recombinant erythropoietin, or r-EPO, apparently came into wide use in cycling.

To control for yearly variance caused by course changes and weather, the author averaged the speeds over 14-year periods going backward and forward in time from 1991; the averages are plotted here.

As the graph shows, in the period 1991–2004 the winners’ average speed jumped substantially (8 percent) over the corresponding speed in the period 1977–1990, an increase that cannot be accounted for by improvements in equipment, nutrition or training.

Even after 2004, when stricter controls were put in place, doping seems to have continued unabated: as the graph shows, the 2005 and 2006 Tour races were the fastest ever.

Perhaps the massive disqualification of dopers in the 2007 race finally made a difference: the average speed of that race was below the 1991–2004 average.

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Breve Storia del Doping nel ciclismo

Breve Storia del Doping nel ciclismo

Via http://scientilla.wordpress.com/2009/12/27/doping-passato-presente-e-futuro-di-una-pratica-antisportiva/


Definito come: “l’assunzione o la somministrazione di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, non giustificate da condizioni patologiche, allo scopo di alterare le prestazioni degli atleti”, il doping rappresenta oggi una costante e triste presenza nel mondo dello sport.1

Ma quando è nato, dov’è arrivato e quale sarà il futuro di questo fenomeno? Lo abbiamo chiesto al Prof. Roberto Leone, Professore Associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Verona.

Dr. Leone, a quale epoca possiamo far risalire la nascita del doping?

Il doping ha una storia antica quanto quella dello sport. Di fatto, già all’epoca delle seconde olimpiadi, nel 668 a.c., abbiamo delle documentazioni storiche che ci raccontano l’abitudine degli antichi atleti greci di utilizzare funghi allucinogeni, erbe ed altre sostanze, per incrementare le loro prestazioni sportive.

Qual è stata la prima volta che Lei ha sentito parlare di doping?

Beh, ho un ricordo molto vivido perché ho assistito ad una delle morti famose da sostanze dopanti: nel 1967, ero davanti alla televisione, seguivo il Tour de France e non mi posso scordare che, in diretta televisiva, c’è stata la morte di Simpson, un ciclista inglese, che nella tappa del Mont Ventoux si accasciò a terra per un collasso cardiaco e poi morì. Io ero allora un ragazzo e questo, diciamo, è il ricordo che ho del mio primo contatto col doping.

Si trattava della prima morte associata all’uso di sostanze dopanti?

No, la prima morte che con sicurezza è stata determinata da una sostanza dopante è avvenuta nel 1886. Si trattava del ciclista gallese Arthur Linton (diventato famoso proprio per essere stato la prima morte accertata per doping) e fu causata dal trimetil, uno stimolante del sistema nervoso centrale anfetaminosimile.

Qual è stato, secondo Lei, lo scandalo che ha maggiormente sensibilizzato l’opinione pubblica sul fenomeno doping?

Mah, almeno per quanto riguarda l’Italia, parlerei degli scandali che ci sono stati verso la fine degli anni ‘90, in particolare lo scandalo del Tour de France del 1998 e successivamente quello del giro d’Italia, insomma quelli legati al ciclismo, sia per l’eco che hanno avuto, sia per il coinvolgimento di un ciclista molto amato e molto famoso come Pantani. Si, credo che questi siano stati gli eventi che hanno maggiormente scosso l’opinione pubblica italiana sul fenomeno doping.

Quando è stato istituito il primo elenco di sostanze dopanti e che cambiamenti ha subito nel corso degli anni?

Il primo elenco risale al 1968, ed è stato redatto dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale). All’inizio conteneva solamente stimolanti e narcotici ma, negli anni successivi, se non ricordo male nel ’73, sono stati inseriti gli steroidi di sintesi e solamente nei primi anni ‘80 il testosterone. La lista si è via via aggiornata negli anni, fino al 2004, anno in cui è stata istituita la WADA (World Anti-Doping Agency), che ha redatto una sua lista contenente tutto quello che, fino ad oggi, conosciamo come sostanze dopanti.

Che cosa ha rappresentato per la lotta al doping la nascita, nel 1999, della WADA (World Anti-Doping Agency)?

Prima del 1999 la lotta al doping era portata avanti dalle stesse autorità sportive che erano in qualche misura coinvolte in un atteggiamento di favoritismo e sopportazione, nei confronti di questa pratica illegale. L’affidarsi ad un ente esterno come la WADA (World Anti-Doping Agency) ha significato incrementare la lotta al doping, avere una lista di sostanze dopanti più completa e, soprattutto, ridurre questi atteggiamenti di sopportazione nei confronti di certe pratiche dopanti. Dico ridurre perché, purtroppo, essendo la WADA sovvenzionata dal mondo dello sport, la sua indipendenza non è proprio totale. Tuttavia le cose sono sicuramente migliorate rispetto al passato.

Quali sono le sostanze dopanti, che possono essere rintracciate con le attuali tecniche di analisi e quali, invece, risultano ancora impossibili da rilevare?

Sicuramente si rintracciano tutti gli stimolanti del SNC, le anfetamine e la cocaina. Si riescono a rintracciare bene i corticosteroidi, i betabloccanti e i beta2 agonisti.

Le difficoltà ci sono, soprattutto, con gli ormoni e con gli steroidi anabolizzanti, in particolare quelli di sintesi. Si riescono infatti a rintracciare solamente una volta che li conosciamo, faccio un esempio: il THG, che è un famoso steroide anabolizzante di sintesi ideato a scopo di doping, per alcuni anni non era conosciuto e quindi non si poteva individuare. Solamente in occasione delle olimpiadi di Atene si sono riusciti ad avere dei test specifici per rintracciarlo.

Altri problemi e difficoltà si hanno con le eritropoietine, anche se recentemente si sono riusciti a mettere appunto dei metodi molto più sensibili rispetto al passato.

Molti problemi ci sono con l’ormone della crescita, mentre il testosterone si riesce ad individuare misurando il rapporto tra il testosterone ed una sua forma isomerica, che si forma naturalmente, che è l’epitestosterone. Quando questo rapporto è alterato, si sospetta l’uso di testosterone esogeno.

L’insulina è un altro problema, non è assolutamente semplice da rintracciare (è molto più facile trovare qualche atleta con siringa sospetta nascosta o nell’atto di somministrarsela).

Come vede molti progressi sono stati fatti nelle analisi antidoping, tuttavia non tutto si riesce ad individuare.

Lo sport maggiormente colpito dal fenomeno doping è, senza ombra di dubbio, il ciclismo. Che tipo di doping possiamo trovare in questo sport?

I problemi maggiori che ci sono nel mondo del ciclismo sono sicuramente, da una parte, l’eritropoietina e dall’altra il cosi detto doping ematico, ossia le trasfusioni e le autoemotrasfusioni di sangue che tra l’altro un tempo non erano nemmeno vietate (Moser, ad esempio, ha fatto il record dell’ora sottoponendosi, prima della prova, ad autoemotrasfusioni). Eritropoietine, trasfusioni e altri mezzi che incrementano l’apporto di ossigeno ai muscoli, in uno sport di resistenza come il ciclismo, aumentano di molto le performance degli atleti.

Il mondo del ciclismo è sempre stato associato al doping, sia per gli scandali che ci sono stati (citavo prima gli scandali della fine degli anni ‘90), sia per le dichiarazioni degli stessi protagonisti, ciclisti anche di fama elevata che denunciavano l’esistenza del fenomeno doping nel mondo del pedale.

Lo stesso Armstrong, forse uno dei ciclisti più forti della storia, è stato sospettato, in passato, di far uso di sostanze dopanti.

Insomma, il fenomeno è stato ed è ancora oggi molto diffuso, ci vorrebbe un ripensamento in tutto questo sport che è uno sport bellissimo ma dove si richiedono agli atleti delle prestazioni che vanno al di la della possibilità umana e quindi (non per giustificare) dove il ricorso a sostanze esterne diventa quasi obbligatorio.

Bisognerebbe veramente ripensare un po’ a tutto quanto!

Recentemente, nel mondo del calcio, è scoppiato l’ennesimo caso di positività alla cocaina. Si tratta veramente di una sostanza che può incrementare le prestazioni, in uno sport cosi tecnico come il calcio, o è solamente una droga usata dai giocatori a scopo “ricreativo”?

Non è facile rispondere a questa domanda. Sicuramente c’è un uso della coca da un punto di vista ricreativo, faccio un esempio: dubito che Maradona avesse bisogno della cocaina per migliorare le sue prestazioni; io penso che, il più delle volte, sia un discorso legato ad un uso-abuso della droga, più che per migliorare la performance.

Tuttavia, bisogna dire che la cocaina ha la capacità di aumentare l’aggressività e la concentrazione e che questi effetti, in alcuni sport come ad esempio il football americano, il basket e lo stesso calcio, portano sicuramente ad un aumento della performance.

Anche nel tennis, se non sbaglio, sono stati trovati atleti che facevano uso di cocaina!

Anche qui è difficile capire l’uso per aumentare la performance. Ripeto, c’è sicuramente un vantaggio, ma per prestazioni che durano poco nel tempo, non più di un’ora e mezza o due, altrimenti gli effetti sono peggiorativi piuttosto che migliorativi.

Riccardo Riccò, Davide Rebellin e Danilo Di Luca, tre campioni italiani trovati positivi alla famosa CERA, l’EPO di terza generazione. Ci sembra di capire che questa sostanza rappresenti un po’ la moda del momento. Ci può spiegare meglio cos’è, come agisce e che rischi corre una atleta che la usa?

Quando siamo in debito di ossigeno, per esempio perché stiamo facendo uno sforzo intenso, come può essere una tappa di ciclismo, una corsa, o così via, le cellule del rene sintetizzano un ormone, che si chiama eritropoietina, questa sostanza va poi a legarsi ad alcune cellule progenitrici dei globuli rossi, stimolandone la proliferazione.

Si avrà così un aumentato apporto di ossigeno ai tessuti, dovuto ad un aumento dei globuli rossi circolanti.

Dal momento in cui, a scopo terapeutico, sono state messe appunto delle eritropoietine esogene per curare l’anemia, queste sono state anche utilizzate a scopo di doping, in quanto, aumentando il trasporto di ossigeno ai tessuti muscolari incrementavano le prestazioni degli atleti.

La C.E.R.A. che cos’è? La C.E.R.A. è l’acronimo di 4 parole inglesi che sono : Continuous Erythropoietin Receptor Activator, ossia: attivatore continuo dei recettori dell’eritropoietina.

Si tratta di una sostanza che simula l’ormone naturale (l’eritropoetina) e che si lega alle cellule progenitrici dei globuli rossi e, in maniera continua, con una lunga durata d’azione e con un’unica somministrazione mensile, riesce ad aumentare il numero dei globuli rossi circolanti.

E’ vantaggiosissima per un uso terapeutico, in quanto riduce il numero di somministrazioni ed aumenta la durata d’azione, ma è anche, purtroppo, vantaggiosa per il doping in quanto è più difficilmente identificabile rispetto alle vecchie eritropoietine.

Cosi come tutte le altre sostanze dopanti, anche la C.E.R.A. presenta dei rischi per la salute. Aumentando il numero dei globuli rossi circolanti aumenta anche la viscosità del sangue e quindi il rischio di effetti tromboembolici come ictus, infarto ipertensione, ecc.

Quale sarà il futuro del doping? Contro quali tecniche e sostanze dopanti la WADA dovrà lottare nei prossimi anni?

Il problema più rilevante è quello del doping genetico, ovverosia l’utilizzo, a scopo di doping, di quelle che sono le tecniche della terapia genica (la modifica cioè dei geni di un individuo, al fine di curare alcune malattie, come ad esempio le malattie rare).

Già oggi, tra i metodi proibiti contenuti nella lista WADA, troviamo il doping genetico, Si ipotizzano, infatti, alcuni suoi possibili usi: ad esempio, si potrebbero modificare le cellule del tessuto muscolare, affinché producano una sostanza in grado di inibire il fattore che blocca la proliferazione delle fibre muscolari, portando così ad un aumento della massa muscolare. Oppure, si potrebbero modificare le cellule del rene, affinché producano più eritropoietina o perché siano più sensibili alla mancanza di ossigeno.

Riuscire a scoprire il doping genetico è praticamente impossibile, dovremmo, infatti, sottoporre gli atleti a delle biopsie e questo è impensabile.

Quello che bisogna fare è cercare di diffondere, tra gli atleti, non solo la cultura dell’etica e della morale, ma anche di far capire quali sono i rischi che si possono correre con pratiche di questo tipo, pratiche che, essendo svolte in maniera illegale, non sono esenti da rischi molto forti quali tumori, malattie immunitarie e via discorrendo.

Spesso, durante i controlli antidoping, molti atleti dichiarano di assumere prodotti come FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei), vitamine ed integratori.

Ci sembra di capire che l’uso di tali sostanze (magari con dosaggi massicci e per lunghi periodi) sia una prassi piuttosto comune nel mondo dello sport.

Tali sostanze, non considerate dopanti, possono comunque portare ad un miglioramento delle prestazioni sportive? Per quali motivi vengono usate?

Queste sostanze non sono considerate dopanti dalla World Anti-Doping Agency. Tuttavia, bisogna dire che nella lista WADA di quest’anno, la prima pagina si apre con questa frase: ”qualsiasi farmaco dovrebbe essere utilizzato solo per necessità terapeutiche”. Un comma della stessa legge antidoping italiana (noi siamo una delle poche nazioni che ha una legge antidoping e il doping in Italia è considerato un reato penale) dice che: ”i farmaci e qualsiasi altra sostanza dovrebbero essere utilizzati solamente a scopo terapeutico”. Purtroppo osserviamo, al di la delle reali evidenze scientifiche che queste sostanze possono avere, un fenomeno di largo utilizzo da parte degli atleti di: integratori, vitamine, ecc. Si nota per esempio, un largo uso della creatina, sostanza le cui effettive capacità di aumentare le prestazioni sono tutte da dimostrare.

Gli integratori servono soltanto in presenza di un reale deficit. Integrare con carboidrati e integrare con liquidi ed elettroliti va sicuramente bene, integrare invece con proteine, aminoacidi o derivati degli aminoacidi, a mio parere, non va bene, non serve a nulla e può creare dei rischi. Ad esempio, ci sono molti studi che dimostrano che, un eccesso di vitamine, invece che essere benefico, può addirittura provocare un aumento complessivo della mortalità.

Altro discorso è quello dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Anche qui è chiaro che, nel mondo dello sport, ci possono essere molti traumi e quindi i farmaci antinfiammatori, cosi come i corticosteroidi, possono essere molto utili, ma per un periodo molto breve e soprattutto dopo il trauma. Qui, invece, c’è un utilizzo per prevenire il trauma, il che, ovviamente, non previene assolutamente nulla.

Questi farmaci, più che altro, vengono somministrati per non far sentire il dolore all’atleta, questo significa che, se siamo in presenza di un danno (come può essere uno strappo o una minifrattura) e l’atleta, non sentendo il dolore, continua a giocare, il danno si aggraverà. Questa è una pratica assolutamente deleteria per la salute dell’atleta, ma purtroppo, molto diffusa, basta pensare che, negli ultimi mondiali di calcio, quelli del 2006, l’80% dei calciatori ha fatto uso di FANS. Sembra che siano più malati loro, che non persone anziane e debilitate.

Quindi, questo è un altro degli aspetti negativi e nocivi del mondo dello sport, di questo eccessivo ricorso a farmaci che, per quanto legali, portano sempre con sé il pericolo di reazioni avverse.

Ritiene, allora che ci sia bisogno di una normativa al riguardo?

E’ difficile però fare una normativa, di fatto già c’è, citavo prima la legge italiana che dice appunto: possono essere utilizzate tutte queste sostanze solo quando c’è necessità terapeutica.

Anche la WADA invita ad utilizzare farmaci ed integratori solo quando c’è reale necessità. Difficile prevedere norme che vietino l’uso di tali sostanze perché possono esistere reali esigenze terapeutiche.

Quindi io credo che, più che altro, bisogna lavorare molto a livello della cultura degli atleti e dell’ambiente complessivo dello sport. Dobbiamo riuscire ad avere un ambiente che metta al primo posto dei valori di etica, rispetto dell’avversario ed onestà.

E’ vero oggi lo sport è sostanzialmente uno spettacolo, girano molti soldi e cosi via, ma questo non significa che, non si possa concorrere ad armi pari, senza ricorrere a sostanze esterne.

Gli atleti, soprattutto, dovrebbero essere consapevoli che rischiano la salute. E’ su questo che bisogna insistere perché non esiste sostanza, citavo prima le vitamine, che sia priva di effetti negativi.

Un ultima domanda, che cos’è, per Roberto Leone, il doping e cosa bisogna fare per sconfiggerlo?

Credo di aver già risposto nella domanda precedente. Per me il doping è soprattutto un problema relativo alla salute delle persone; credo che si rischi la salute e questo è un aspetto importante. Il doping, per me, è anche un problema etico, credo che sia ingiustificato ricorrere a qualcosa, oltre le proprie capacità, oltre la propria voglia di vincere, la propria voglia di allenarsi e di alimentarsi bene.

Capacità, un buon allenamento e una buona alimentazione, su questi tre pilastri si forma essenzialmente la prestazione sportiva; ricorrere a qualcos’altro significa sbagliare e significa rischiare la salute.

Tutto questo, io credo, lo possiamo combattere da una parte, continuando ed intensificando l’attività della WADA e delle autorità sportive, alfine di contrastare il fenomeno che, non scordiamoci mai, è nelle mani della criminalità organizzata, e dall’altra, cercando di diffondere la cultura dello sport pulito soprattutto nei confronti dei giovani, perché quello che ci deve allarmare è l’uso di sostanze dopanti da parte degli adolescenti, se non addirittura dei bambini, sappiamo benissimo che a partire dai 6-7 anni di età, c’è già il ricorso a sostanze dopanti.

1 Viene considerato doping anche, l´adozione o la sottoposizione a pratiche mediche, non giustificate da condizioni patologiche (ad es. l’auto-emotrasfusione e il doping genetico).

Per saperne di più:

Pagina del sito dell’Università degli studi di Verona dedicata al Prof. Leone:

http://www.motorie.univr.it/fol/main?ent=persona&id=1100&lang=it

Sezione del sito del Ministero della Salute dedicata al doping:

http://www.ministerosalute.it/antiDoping/antiDoping.jsp

Scandalo Festina (Vedi il cappellino, simbolo) The Festina Affair

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My first stoled MTB

My first MTB was a Specialized HARDROCK ULTRA Yellow. I find the picture in the 1992 Specialized Bike Catalog.

I was completing the military service year 1993 and when I back home the bike was stoled !

Note that the bike was the first American MTB in my town.

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Spend the winter in Firenza to catch a dose of influenza

Spend the winter in Firenza to catch a dose of influenza

By D. Zambra

Living like acanary in a coal mine

Life for an actual canary in a coal mine could be described in three words – short but meaningful. Early coal mines did not feature ventilation systems, so miners would routinely bring a caged canary into new coal seams. Canaries are especially sensitive to methane and carbon monoxide, which made them ideal for detecting any dangerous gas build-ups. As long as the canary in a coal mine kept singing, the miners knew their air supply was safe. A dead canary in a coal mine signaled an immediate evacuation.

Even as gas detection technology improved, some mining companies still relied on the ‘canary in a coal mine’ method well into the 20th century. Other animals were used occasionally, but only the canary had the ability to detect small concentrations of gas and react instinctively.

Today, the practice of using a canary in a coal mine has become part of coal mining lore, but the ideology behind it has become a popular expression. The phrase living like acanary in a coal mine often refers to serving as a warning to others. The actual canary in a coal mine had little control over its fate, but it continued to sing anyway. In one sense, living like a canary in a coal mine indicates a willingness to experience life’s dangers without compromise.

In another sense, many business and political analysts use the term canary in a coal mine to describe a harbinger of the future. A melting glacier in Alaska, for example, may be described as a canary in a coal mine for global warming. One small event in an isolated area may not seem especially noteworthy, but it may offer the first tangible warning of a larger problem developing. In a political sense, a country’s delegation abruptly leaving a meeting could be described as a canary in a coal mine for future negotiations.

Some large corporations also use a ‘canary in a coal mine’ strategy for future growth or reduction. A small company may be used to test the waters for a new product line, for instance. Even if the company only experiences modest profits or losses, the parent corporation can evaluate the feasibility of the product without risking a large investment. By carefully observing a canary in a coal mine, industries can avoid major failures down the road or benefit from a jump on the competition.

Via (http://www.wisegeek.com/what-does-it-mean-to-be-a-canary-in-a-coal-mine.htm)

The Police “Canary In A Coalmine” lyrics by Sting

First to fall over when the atmosphere is less than perfect
Your sensibilities are shaken by the slightest defect
You live your life like a canary in a coalmine
You get so dizzy even walking in a straight line
You say you want to spend the winter in Firenza
You’re so afraid to catch a dose of influenza
You live your life like a canary in a coalmine
You get so dizzy even walking in a straight line
Canary in a coalmine
Now if I tell you that you suffer from delusions
You pay your analyst to reach the same conclusions
You live your life like a canary in a coalmine
You get so dizzy even walking in a straight line
Canary in a coalmine
First to fall over when the atmosphere is less than perfect
Your sensibilities are shaken by the slightest defect
You live your life like a canary in a coalmine
You get so dizzy even walking in a straight line
Canary in a coalmine

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Pantani’s Alpe d’Huez ascent Record still up.

Pantani’s Alpe d’Huez ascent Record still up.

Looking at the chart below its possible to see that, although Fausto Coppi rode his bike in a completely different generation to the rest of these champions he is still up there with the best in ascents of Alpe d’Huez. That is why he is the “champion of champions”.

Fastest Alpe d’Huez ascents
The climb has been timed since 1994 so earlier times are subject to discussion. From 1994 to 1997 the climb was timed from 14.5 km from the finish. Since 1999 photo-finish has been used from 14 km. Other times have been taken 13.8 km from the summit, which is the start of the climb. Others have been taken from the junction 700m from the start.
These variations have led to a debate. Pantani’s 37m 35s has been cited by Procycling and World Cycling Productions, publisher of Tour de France DVDs, and by Cycle Sport.

In a biography of Pantani, Matt Rendell notes Pantani at: 1994 – 38m 0s; 1995 – 38m 4s; 1997 – 37m 35s.

The Alpe tourist association describes the climb as 14.454 km and lists Pantani’s 37m 35s (23.08 km/h) as the record.


Other sources give Pantani’s times from 1994, 1995 and 1997 as the fastest, based on timings adjusted for the 13.8 km. Such sources list Pantani’s time in 1995 as the record at 36m 40s. In Blazing Saddles, Rendell has changed his view and listed it as 36m 50s as does CyclingNews. Second, third, and fourth fastest are Pantani in 1997 (36m 5s), Pantani in 1994 (37m 15s) and Jan Ullrich in 1997 (37m 30s). Armstrong’s time in 2004 (37m 36s) makes him fifth fastest, highlighting how the 1990s had faster ascents than other eras.
A number of cycling publications cite times prior to 1994, although distances are typically not included, making comparisons difficult. Coppi has been listed with 45m 22s for 1952.
In the 1980s Gert-Jan Theunisse, Pedro Delgado, Luis Herrera, and Laurent Fignon rode in times stated to be faster than Coppi’s, but still not breaking 40m. Greg Lemond and Bernard Hinault have been reported as having the times of 48m 0s in 1986.
It was not until Gianni Bugno and Miguel Indurain in 1991, that times faster than 40m were reported, including in the 39m range for Bjarne Riis in 1995 and Richard Virenque in 1997. For 2006, Floyd Landis was listed at 38’34″ and Andreas Kloden at 38m 35s.
Procycling listed Fränk Schleck in 2006 as 40m 46s, the first in more than 40 minutes since 1994.

Annotations: Fausto Coppi rodes a Bianchi steel bicycle on difficult streets paths. Pantani rodes a Bianchi alloy bicycle, after 1995 all bikes were made in carbon fiber.

Rank Time Name Year Nationality
1 37′ 35″ Marco Pantani 1997 Italy
2* 37′ 36″ Lance Armstrong 2004 United States
3 38′ 00″ Marco Pantani 1994 Italy
4 38′ 01″ Lance Armstrong 2001 United States
5 38′ 04″ Marco Pantani 1995 Italy
6 38′ 23″ Jan Ullrich 1997 Germany
7 38′ 34″ Floyd Landis** 2006 United States
8 38′ 35″ Andreas Klöden 2006 Germany
9* 38′ 37″ Jan Ullrich 2004 Germany
10 39′ 02″ Richard Virenque 1997 France
11 39′ 06″ Iban Mayo 2003 Spain
12* 39′ 17″ Andreas Klöden 2004 Germany
13* 39′ 21″ Jose Azevedo 2004 Portugal
14 39′ 28″ Miguel Induráin 1995 Spain
15 39′ 28″ Alex Zülle 1995 Switzerland
16 39′ 30″ Bjarne Riis 1995 Denmark
17 39′ 31″ Carlos Sastre 2008 Spain
18 39′ 44″ Gianni Bugno 1991 Italy
19 39′ 45″ Miguel Induráin 1991 Spain
20 40′ 00″ Jan Ullrich 2001 Germany
21 40′ 46″ Fränk Schleck 2006 Luxembourg
22 40′ 51″ Alexander Vinokourov 2003 Kazakhstan
23 41′ 18″ Lance Armstrong 2003 United States
24 41′ 50″ Laurent Fignon 1989 France
25 41′ 50″ Luis Herrera 1986 Colombia
26 42′ 15″ Pedro Delgado 1989 Spain
27 45′ 20″ Gert-Jan Theunisse 1989 Netherlands
28 45′ 22″ Fausto Coppi 1952 Italy
29 48′ 00″ Greg Lemond 1986 United States
30 48′ 00″ Bernard Hinault 1986 France

* The 2004 stage was an individual time trial.
** Convicted of doping in that particular Tour de France.




Urka

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