Archivio per la categoria 'Itinerari'

29
lug
09

Vacanze in Bici – Appennino Reggiano

Vacanze in bici
EMILIA ROMAGNA: L’APPENINO REGGIANO

articolo pubblicato su “La Bicicletta”, giugno 1997
di Paolo Codeluppi

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Il vero paradiso del ciclista è un luogo dove le strade non sono pericolose, sono poco trafficate, e presentano pendenze e dislivelli. L’Appennino reggiano è una sintesi di tutto ciò: offre quanto di meglio un cicloamatore possa pensare, all’interno di una natura verdissima e di una storia particolarmente interessante. Prendendo come meta della nostra vacanza Castelnovo ne’ Monti, percorerremo cinque itinerari “a margherita” estremamente vari.

Castelnovo, Vetto d’Enza, Currada, Trinità, Ciano d’Enza, Canossa, Quattro Castella, Puianello, Castelnovo (circa 97 km)
Da Castelnovo (ca. m 650 slm) andiamo in direzione Vetto d’Enza (447 m), a picco sull’omonimo torrente, che dista una decina di kilometri.Le poche contropendenze ci serviranno per scaldare un po’ i muscoli.
Seguiamo la Val d’Enza in discesa fino a Currada e svoltiamo a destra per Trinità. Da Trinità proseguiamo, ridiscendendo per Cerezzola e da qui per Ciano d’Enza, ove nella piazzetta c’è una provvidenziale fontana. Svoltiamo a destra in direzione Canossa e raggiungiamo il castello dopo una serie di tornanti che ci fanno salire di qualche centinaio di metri.
La salita non è dura ma continua. Da Canossa proseguiamo per Quattro Castella dove si può ammirare, su di uno dei quattro colli, il castello di Bianello, residenza della Contessa Matilde di Canossa. Da Quattro Castella a Puianello sono una decina di kilometri in cui potrete recuperare le due salite precedenti. Arrivati a Puianello svoltiamo a destra in direzione Castelnovo e svolteremo nuovamente dopo un paio di kilometri prendendo per Pecorile.
Qui arriveremo dopo circa otto km di fondovalle in leggerissima salita. Dai 705 metri di quota della Stella scendiamo a Casina e da qui procediamo, in leggera ma continua salita, per Castelnovo.

Castelnovo, Ramiseto, Vetto, Castelnovo (circa 45 km)
Un piccolo anello di poche decine di kilometri. Dall’abitato si sale in direzione La Spezia per 8,5 km: è importante iniziare agili per scaldare i motori in quanto, appena usciti dal paese, la strada prende a salire a tornanti per portarci agli oltre mille metri dello Sparavalle.
Raggiungiamo un bivio: si va verso Ramiseto (km 7,5) su strada articolata con prevalente discesa e da qui, con alternati saliscendi, in direzione Vetto (km 16,5), ci raccordiamo alla n. 513 che prenderemo per rientrare in direzione Castelnovo. Sulla statale troveremo salite non impegnative alternate a brevi discese: in una decina di kilometri “mordiamo” oltre quattrocento metri di dislivello.

Castelnovo, Felina, Villa Minozzo, Toano, Valestra, Viano, Regnano Cigarello, Castelnovo (circa 106 km)
Si parte da Castelnovo in direzione Reggio Emilia e poco prima dell’abitato di Felina (6 km) si volta a destra in direzione Villa Minozzo. Dopo 7 km di discesa e 7 di salita per oltre trecento metri di dislivello si raggiunge Villa Minozzo e da qui, dopo 16 km, Toano.
La salita non è assolutamente finita, anzi… 11 km di discesa fino al torrente Secchia e si prende nuovamente a salire raggiungendo i 700 metri di quota dell’abitato di Valestra. Da qui a Baiso la strada è pianeggiante e segue la costa del monte. Dallo scollinamento di Valestra ci sono circa 16 km di complessiva discesa fino a Viano.
Qui si svolta a sinistra in direzione Regnano (circa 8 km), si supera un piccolo scollinamento e poi nuovamente in discesa, per pochi minuti, fino al borgo di Tabiano. Si riprende a salire per poco, ma con due tornanti da fare rabbrividire.
A Regnano si svolta nuovamente a sinistra e si seguono le indicazioni per Carpineti. Al termine di una lunga e veloce discesa, in località Cigarello (10 km da Regnano) si svolta ad angolo retto a destra e si sale sulla variante che porta alla statale n. 63. Lo strappo è breve ma molto intenso. Ormai sulla statale non rimane che raggiungere il punto di partenza.

Castelnovo, Monteduro, Cervarezza, Collagna, Ramiseto, Vetto d’Enza, Castelnovo (circa 73 km)
Da Castelnovo Monti pedaliamo verso il passo del Cerreto: si sale subito ai mille metri di Monteduro per ridiscendere leggermente verso Cervarezza. Il panorama è stupendo: a sinistra la Pietra di Bismantova, davanti lo spartiacque appenninico con le sue creste di duemila metri.
Proseguiamo per Collagna sulla statale n. 63 che a mezza costa guadagna lentamente quota con tormentate curve e repentini saliscendi. A Collagna svoltiamo a destra (siamo al 22? kilometro) per Ramiseto. Scolliniamo verso una discesa bruciante a stretti tornanti dal cui fondo dobbiamo ben guardarci.
Dalla fine della grande discesa a Ramiseto la strada segue la morfologia del paesaggio con lievi discese e salite lunghe e leggere. Da Ramiseto a Vetto d’Enza si hanno circa 300 metri di dislivello in salita, e i frequenti saliscendi fanno lavorare l’altimetro in modo più che soddisfacente. Poco prima di Vetto, un incrocio in leggera salita con brusca svolta a destra (il medesimo dell’itinerario n. 2) riporta in direzione Castelnovo Monti che raggiungeremo con altri 300 metri di salita per poco meno di 15 km.

Castelnovo, S. Polo d’Enza, Pontenovo, Quattro Castella, Puianello, Il Bocco, Castelnovo (circa 82 km)
Come ultima proposta scegliamo un percorso piuttosto disteso per sciogliere un po’ le gambe impegnate da alcuni giorni in modo non indifferente. Da Castelnovo andiamo verso Vetto d’Enza e da qui a S. Polo d’Enza. Saranno lunghe e veloci discese in cui le gambe di certo non si scalderanno.Proseguendo da S. Polo in direzione Reggio Emilia troveremo dopo alcuni kilometri, in località Pontenovo, un incrocio nel quale svolteremo a destra per la pieve della Madonna della Battaglia.
La strada, anche se breve, ci impegna in una salita non indifferente. Al termine della salita, giunti ad un bivio di fronte ad un piccolo caseificio, voltiamo a sinistra; sorpassiamo la pieve e scendiamo per Quattro Castella. Giunti in paese voltiamo a destra e procediamo diritto per una decine di kilometri fino all’abitato di Puianello.
Voltiamo nuovamente a destra seguendo le indicazioni per La Spezia coprendo i 34 km che ci separano dal punto di partenza. La salita è delicata e continua fino a località Il Bocco, dopodiché la pendenza aumenta quando si prende la strada vecchia per Casina (bivio a sinistra dopo Il Bocco).
Scollinamento con bevuta nella fontana in piazza e prosecuzione immediata: dopo una brevissima discesa si sale nuovamente per scollinare ancora qualche kilometro dopo. Ormai in vista della Pietra di Bismantova (sicuro riferimento visivo), la strada si distende. La salita riprende per pochissimo concludendo in due tornanti presso l’abitato di Castelnovo.

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Info utili
Dove mangiare. A Quattro Castella, a pochi metri dalla piazza principale, una trattoria che offre una vasta scelta di piatti padani: trattoria “Dei quattro colli”, piazza Dante Alighieri 3, tel. 0522/887640; oppure a Ramiseto, una osteria di montagna ai piedi dell’Alpe di Succiso: “L’Andrella”, strada provinciale, Ramiseto, tel. 0522/892202, chiuso il mercoledì.

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25
lug
08

Stop posting for Vacations

Sorry we are closed for Vacations, stop posting until we’ll be back.

Cerrado por Vacaciones, no postes hasta que regresemos.

PS: potete sempre leggere i post precedenti, vedrò di scrivere qualcosa in viaggio.

Hasta Pronto

29
mag
08

quasi esce

Ieri abbiamo fatto un giro alle dighe del Ticino per vedere com’è messo. Nel punto dove la strada è più bassa mancano circa 30cm.

29
mar
08

Free Naples Trash Wallpaper

Ragazzi siamo messi male……all’estero hanno una pessima idea di noi:

Titoli trovati sul web:

  • Naples Now Known as City of Garbage
  • Garbage Wars in Naples (Garbage Wars – ci faranno il film…gli americani)
  • Government inefficiency, corruption and the intransigence of local populations has left the city knee-deep in trash
  • Trashing Naples
  • U.S. warns citizens over Naples garbage crisis
  • Naples Garbage Crisis
  • Naples kids go back to schools despite garbage
  • Naples sinks under mountain of trash
  • Garbage crisis overwhelms Italy’s south

Allora ho pensato di mettere qui un bello sfondo per il vs. desktop:

FREE NAPLES TRASH WALLPAPER

napule

Click on the image to Download

20
mar
08

A bad day to die

Pubblico qui 2 foto prima che vadano perse. Sono dei ricordi importanti.

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MemyselfandI Wakebording @ Tequesquitengo, Xoxocotla, Morelos MEX 1999

Wake-toWake, Foto courtesy by Masterdema.

whiteroad

Me and my Honda Four CB400 during a summer journey in Italy, Stada Bianca.

Foto courtesy by KrustyKlown, thanks to the ol’Motorasta.

12
mar
08

motzorongo

Aqui voy a poner unsa fotos de nuestro pueblito “Motzorongo” (Veracruz – Mexico).

Articulo y imagenes: www.motzorongo.itgo.com

Este post contiene información acerca de su localización geográfica, sus productos, tradiciones, su gente y todo lo referente al pueblo.

Cualquier sugerencia o aportación para la mejora del mismo, favor de dirigirla a larogonz@hotmail.com, toda sugerencia y aportación habrá de tener el reconocimiento respectivo de sus créditos autorales. El interés único es dar presencia a nuestro pueblo.

La Historia

ingenio Foto antigua del Ingenio Central Motzorongo S. A. Foto cortesía de la Famiia Rojas González (Tlaxiacos).

Fundado a finales del siglo XVIII, por el general Carlos A. Pacheco Defensor de la República, Secretario de Fomento en el gobierno de Porfirio Porfirio Díaz, Motzorongo es conocido hoy como uno de los principales productores de caña de azúcar y uno de los motores de la economía local y regional. Por dicha razón su cultura es muy variada, ya que en él convergen personas de los lugares más diversos de la República Mexicana, aunque predominan los de origen oaxaqueño y poblano por la cercanía de estos estados.

today Foto actual del Ingenio Central Motzorongo S. A. Foto cortesía de Miguel Sanchez.

Motzorongo forma parte del municipio de Tezonapa, Veracruz; se localiza entre dos cordilleras de cerros, por lo que se deduce que su nombre proviene del verbo MOTZOLLOA: que significa estrechar o arrugar; del infijo aumentativo ON y el sufijo CO que significa en el; quedando como EN EL GRAN ESTRECHO O LUGAR GRANDE EN EL ESTRECHO que es la acepción que le da mi amigo Orestes Valle Juárez en el resumen de su investigación respectiva y que publica en su libro titulado: Barrio El hormiguero, al rescate de su nombre y la historia de su capilla, editado por el PACMyC

UBICACION

Vista panorámica de Motzorongo, Tezonapa, Ver.

Aquí podemos apreciar lo que se menciona en el nombre del pueblo. Estamos en un estrecho largo que se abre al llegar al Valle de Tezonapa, donde se localiza la cabecera municipal. Tomada de http://www.foro-mexico.com/veracruz-llave/motzorongo/foto-satelite.html

Si te interesa llegar a este pueblo, sólo tienes que tomar la carretera federal que va de Córdoba a Veracruz y salirte en la desviación de Omealca, la cual se encuentra a la altura de Yanga. tomas la CARRETERA ESTATAL CÓRDOBA-TIERRA BLANCA que en este punto comienza, el primer pueblo es San José del Corral, adelante está San José de Abajo, le siguen Providencia, Los Ángeles, Omealca, La Estación de Omealca y una serie de pueblos del municipio de Omealca antes de llegar a Presidio que es la primer congregación de Tezonapa que se aprecia mejor si se toma la desviación que te lleva hacia allá, pero como vas a Motzorongo lo más prudente es seguir la carretera pavimentada hasta Paraiso la Reforma (antes Paraiso Motzorongo) que es el pueblo vecino de Motzorongo lugar que te va a recibir con la clínica del IMSS en la entrada y a la mitad del pueblo podrás apreciar uno de los ingenios azucareros más importantes de la zona centro de Veracruz.

FLORA

A pesar de ubicarse en la región de la Grandes Montañas, Motzorongo se encuentra a una altura mínima con relación al nivel del mar, por lo cual su clima es cálido-humedo todo el año. Característica que propicia que en este rincón veracruzano se observe todo tipo de vegetación.

La vegetación es del tipo perennifolio en los cerros que lo circundan, de ahí el verdor de sus alrededores.

Entre las especies forestales podemos mencionar el cedro y el xochicuahuitl como los principales dentro de un sinnúmero de especies que más delante podremos mencionar en este apartado.

Entre los árboles frutales podemos mencionar al mango, el chicozapote, el naranjo, el pomelo, la mandarina, la malta, la guanábana, el mamey, el zapote negro entre otros.

Un cultivo que da de comer a toda la región desde antes y después de la debacle del café es la caña de azúcar.

Existen otros vegetales comestibles como el tepejilote, la hierba mora, los quelites, la flores de izote, las verdolagas, los citlalles (tomates silvestres), los hongos comestibles, etc.

FAUNA

Debido a las características de su ubicación, lo cual permite una variedad de vegetación que propicia la existencia de diversos animales silvestres, se menciona que en algún momento de su historia, Motzorongo sirvió de coto de caza para algunos funcionarios del gobierno porfirista.

Tal afirmación no es tan descabellada si tomamos en cuenta que el fundador del poblado fue Don Carlos Pacheco, quien fuera Secretario de Fomento y que además aquí hubo abundancia de animales tales como el jabalí, el tigrillo, temazates, tepescuintles, tejones, armadillos, mapaches, ardillas, cuaqueches, osos hormigueros o brazos fuertes, hasta se habla de la existencia de jaguares en los cerros circundantes. muchos de ellos aún sobreviven en fincas alejadas y que no son tan frecuentadas por la mano del hombre.

Es común ver como saltan los conejos, durante la quema de los cañaverales para la cosecha. Foto Lázaro Rojas.

En cuanto a reptiles se refiere, Motzorongo es pródigo en ellos, tales como: iguanas, lagartijas, teteretes, víboras ponzoñosas y otras inofensivas como la “palanca”, el coralillo, mano metate, la ratonera, la mazacoa, etc.

La inconciencia de muchos pescadores está acabando con la fauna del río que en otros tiempos fue muy variada. Foto del río Juan Cortés Juárez.

En el río podemos ver aún algunos peces plateados de cola naranja que en otro lugar son conocidos como charales y que acá conocemos como pepescas, otros llamados colas de gallo, peces de cuerpo cilíndrico con una especie de pluma de gallo en la cola que puede ser amarilla o anaranjada; además hay peces cíclidos, comúnmente conocidos acá como chilehuas, huachinangos, peces abisales como la anguila o el juile; se habla de que en otros tiempos hubo langostinos en abundancia, pero la depredación de las partidas militares, en gran medida, acabaron con ellos. Hoy de crustáceos sólo podemos ver camaroncitos de menos de dos centímetros y cangrejos de apenas tres centímetros y si bien nos va podremos ver algunos un poco más grandes. No faltan los sapos, las ranas y las tortugas anfibias.

INFRAESTRUCTURA

Al ser Motzorongo una población eminentemente obrera, se hizo necesario equiparla con lo necesario para el desarrollo de la misma, por lo cual se gestionaron la instalación de escuelas y servicios que hicieran más cómoda la vida de sus habitantes. Enumeramos acá algunos de los más importantes:

  • Jardín de niños Amado Nervo.
  • Escuela Primaria ” Gral. Heriberto Jara Corona”.
  • Escuela Primaria “Patria”, antes “Artículo 123, Patria”
  • Escuela Secundaria Técnica Industrial no. 57
  • Centro de Bachillerato Tecnológico Industrial y de Servicios No. 101.
  • Biblioteca Pública “Inocencio Romero Juárez”
  • Clínica del IMSS
  • Salón Social de Obreros
  • Campo Deportivo
  • Casino de empleados
  • Cancha de tenis.
  • Los servicios con los que cuenta el pueblo son:
  • Agua entubada (con caracolitos, pero entubada)
  • Alcantarillado (comenzado pero no terminado) esperemos que no esté contabilizado en el informe de obras terminadas que entregue el presidente municipal saliente.

FESTEJOS

El calendario festivo de Motzorongo es algo variado; este apartado contiene alguno de los principales festejos religiosos y algunos cívicos, si nos llegara a faltar alguno pueden mencionarlo y si es con fotos mejor:

  • 31 de diciembre/1 de enero.- Baile de fin e inicio de año.
  • Semana Santa.-
  • 1° de mayo.- Día del Obrero.
  • 7 de mayo.- Fundación del sindicato de Obreros

Debido a que al principio recibía instrucción militarizada, la banda de guerra sindical, llegó a tener varias participaciones destacadas en eventos de corte sindical.

  • 10 de mayo.
  • 16 de septiembre.- Independencia de México.
  • 11 de octubre.- Santa Teresa de Ávila, patrona de Motzorongo.
  • 20 de noviembre.- Revolución Mexicana.
  • 8 de diciembre.- Virgen de Juquila.
  • 12 de diciembre.- Virgen de Guadalupe.
  • 18 de diciembre.- Virgen de la Soledad.

PERSONAJES

Carlos Pacheco. (1839 – 1891) XLIX Gobernador del Estado de Chihuahua, Nació en el pueblo del Terrero, Chihuahua; que hoy lleva su nombre. Al estallar el motín de los jefes y oficiales de la guarnición a favor del Plan de Tacubaya, fue aprehendido por sospechoso, pero como no le comprobaron ningún cargo, fue puesto en libertad y se incorporó a las fuerzas liberales del General Coronado, quien lo dio de alta con el grado de Subteniente de la Guardia Nacional.

Ascendió a Teniente el 1 de septiembre de 1863, marchó a Oaxaca con las fuerzas del General Porfirio Díaz, obtuvo el ascenso a Capitán el 21 de mayo de 1864, asistió a la defensa de la plaza de Oaxaca y cayó prisionero de los franceses, en donde permaneció hasta febrero de 1866 cuando fue canjeado.

Se reincorporó al Ejército de Oriente, ascendió a Mayor y tomó la jefatura del cuerpo “Cazadores de Oaxaca”.

Durante las Guerras de Reforma e Intervención Francesa asistió a las acciones de guerra de Chihuahua, El Salitral, Nazas, Durango, Los Mimbres, Mazatlán, Tepic, Taxco, sitio de Oaxaca, Jamiltepec, El Rosario, La Carbonera, Putla, Nochistlán, Huajuapan, Mihuatlán, toma de Oaxaca, Tlacolulita y Puebla, en donde recibió dos heridas de bala de cañón, sufrió la doble amputación de un brazo y una pierna y se le confirió el grado de Teniente Coronel.
Después del triunfo de la República sirvió como Administrador Principal del Timbre en Puebla. Fue Diputado por Cholula al VI Congreso Federal.
Empuñó las armas en defensa del Plan de Tuxtepec, ascendió a Coronel. Fue Gobernador y Comandante Militar del Estado de Puebla de noviembre de 1876 hasta abril de 1877. Pasó con iguales cargos al Estado de Morelos. Construyó el ferrocarril de Morelos y el Teatro Principal de la Ciudad de Cuautla, que lleva su nombre; estableció el servicio telegráfico entre las principales poblaciones de aquella entidad, introdujo el teléfono a la Capital, construyó varios puentes, reformó la Legislatura Local y fomentó la educación pública.

Se le concedió el grado de Brigadier en 1879 y pasó a desempeñar la Secretaría de Guerra y Marina. El Presidente González le encomendó el Gobierno del Distrito Federal en 1880, al siguiente año pasó a la Secretaría de Fomento y al frente de esta dependencia fomentó numerosas obras de colonización, irrigación y ferrocarriles. La imprenta de la Secretaría a su cargo publicó numerosas obras históricas, científicas y literarias de importancia.

anden Andén del ferrocarril, en esta foto se aprecia la estación del Ferrocarril Agrícola que fuera promovido por el General Pacheco. Foto cortesía de Miguel Sanchez.

Ascendió a General de Brigada y fue electo Gobernador Constitucional del Estado de Chihuahua para el cuatrienio de 1884 a 1888, que no terminó, pues fue llamado por el Presidente de la República para que se encargara de nuevo de la Secretaría de Fomento.
Las Legislaturas de los Estados de Chiapas, Morelos, Sonora y Tabasco lo declararon ciudadano de sus respectivas entidades y las de Chihuahua y Morelos Benemérito de los mismos.
Entre numerosas condecoraciones que obtuvo se cuentan las de Primera Clase de la Guerra de Intervención Francesa, de los Estados de Guerrero, Oaxaca y Puebla y la del Busto del Libertador que le concedió el Gobierno de Venezuela.

Fue ascendido a General de División, grado que el Senado de la República le ratificó por aclamación en la sesión del 2 de abril, aniversario de la Toma de Puebla en donde había sido mutilado.
Murió en Córdoba el 15 de septiembre del mismo año y fue sepultado en la Rotonda de los Hombres Ilustres. Con motivo de su fallecimiento la Legislatura Local decretó nueve días de duelo en el Estado.

Todo el articulo es de: Lázaro Rojas González

Referr to: www.motzorongo.itgo.com/

12
mar
08

Ipposidra First Run

Io ed i miei amici del PBMTB siamo stati a “perlustrare” il vecchio tracciato dell’Ipposidra:

Partenza: da Sesto Calende, zona Mulini

Di seguito, alcune foto scattate da Krusty…..

2 Briefing, prima della partenza dalla Piattaforma Ecologica

5.jpg Ponte crollato della vecchia ferrovia, sopra il terrapieno non si può passare in MTB per via della vegetazione molto rigogliosa.

6.jpg Ponte nel tratto Sesto C.-Somma Ldo. (ancora intatto)

cart Cartello segnaletico del Parco del Ticino, i cartelli ci sono quasi dappertutto però alcuni sono imprecisi e altri sono divelti.

cava La cava della Sommabeton vista dall’alto, il sentiero passa sotto Somma Ldo. nelle vicinanze della Via Canottieri, si sale fino all’abitato di Somma e si attraversa poi il paese sino a ritovare il percorso a lato della statale per la Malpensa.

permafrosh Curioso permafrost o più semplicemente fango ghiacciato.

rest Unico resto visibile dell’Ipposidra, scolo delle acque in zona Tornavento.

mao Mao


new Krusty Klown’s Brand New MTB

Il giro è di circa 52 Km, è tutto pedalabile, il ritorno si può fare sul percorso di andata o sulla ciclabile che dal Ponte di Oleggio riporta a Sesto Calende.

Altre info come il .pdf del percorso verranno pubblicati prossimamente.

07
feb
08

L’IPPOSIDRA

L’IPPOSIDRA

ippos

Con il termine ipposidra, che prende il nome dai termini greci utilizzati per cavallo (ippos) e acqua (idra), si intende una ferrovia particolare, costruita nel 1858 e adibita al trasporto delle barche, utilizzando cavalli.
Può sembrare un’idea bizzarra, ma è quanto accadeva in provincia di Varese (anche se allora era provincia di Milano) intorno al 1860.
Questa strada ferrata che scorreva a ridosso del fiume Ticino è una delle tante curiosità nelle quali ci si può imbattere percorrendo i sentieri del Ticino e le strade di campagna intorno all’aeroporto della Malpensa.
Mi sono interessato di questa ferrovia qualche tempo fa, leggendo un libro molto interessante di Riccardo Brianzoni dal titolo “La ferrovia delle barche da Tornavento a Sesto Calende” (ISBN: 88-8340-240-5 Macchione Editore). Clicca qui per una bozza in .pdf.
Si parlava di questa ferrovia di barche ormai scomparsa, rimanevano solo alcune tracce perse nei boschi di Sesto Calende e Somma Lombardo sino alla brughiera di Malpensa.

liber

Mi piace praticare la Mountain Bike, la mia curiosità e le mie origini mi hanno spinto a ricercare le tracce dell’Ipposidra.

Non è stato molto semplice, soprattutto perché, di quel lavoro, oggi rimangono solo pochi resti: qualche percorso nei tratti in trincea, qualche ponte diroccato, dei termini in granito persi nella brughiera. Non aspettatevi di trovare vecchi binari o stazioni abbandonate, non è rimasto quasi niente di tutto ciò.

Storia

Fino al 1800 molti dei trasporti tra il Lago Maggiore e la città di Milano avvenivano utilizzando il fiume Ticino e i canali ad esso collegati, attraverso il percorso Sesto Calende – Tornavento – Milano, e viceversa.
I tempi impiegati nella navigazione variavano con il variare del livello e della velocità dell’acqua del fiume. Con scarsità d’acqua le barche veniva alleggerite; in occasione delle piene il traffico veniva sospeso. Da Sesto Calende a Tornavento, con la corrente del fiume a favore, si impiegavano novanta minuti, toccando sulle rapide le venti miglia all’ora! Da Tornavento a Milano otto o nove ore.
Per il percorso a ritroso, da Milano a Tornavento, prima della costruzione della strada alzaia lungo i Navigli (anni 1824-1844), si impiegavano quindici giorni utilizzando venticinque cavalli per un convoglio di cinque o sei barche. Successivamente alla costruzione dell’alzaia solo tre giorni e dodici cavalli.

La parte problematica del percorso rimaneva quella tra Tornavento e Sesto Calende. Per percorrere circa venticinque chilometri, si impiegavano da una a due settimane. Era necessario staccare le barche e farle avanzare una per volta trainandole. Si portavano alcuni cavalli sulla sponda opposta del fiume, per vincere la corrente e ottimizzare la trazione. Sono tempi di percorrenza così lontani dai ritmi dei nostri giorni!
La costruzione dell’alzaia sul Naviglio, aveva sicuramente diminuito i tempi di percorrenza tra Milano e Tornavento. L’esistenza di una vera e propria strada sulla quale far camminare i cavalli dedicati al traino, facilitava le operazioni di rimorchio delle barche di ritorno da Milano. Per diminuire ulteriormente i tempi di percorrenza, sul tratto Tornavento – Sesto Calende si progettò l’Ipposidra.

Ecco quindi che uno studioso dei trasporti come Carlo Cattaneo, ebbe l’idea di estrarre dall’acqua le barche a Tornavento, porle su carri ferroviari a 8 ruote trainati da cavalli e portarle a Sesto, dove venivano rimesse in acqua, lungo una via ferrata che attraversava la brughiera. Nacque così l’Ipposidra (dai termini greci indicanti cavallo e acqua), opera unica in Europa.

Nel 1844 costituì con l’amico Frattini e con Francesco Besozzi la società “Della Ferrovia a tiro di cavalli da Tornavento a Sesto Calende pel rimorchio terrestre delle barche evitando le difficoltose rapide del Ticino”. Il Governo austriaco fu restio a concedere la concessione, almeno finché non entrò a far parte della società il banchiere ginevrino Giacomo Mirabaud, finanziatore del Ducato di Parma, che rilevò un sesto della società (scrittura privata 27 maggio 1847). Tra una cosa e l’altra si era giunti al 1848 e Cattaneo si trovò impegnato nelle Cinque Giornate di Milano.
Terminata la sollevazione milanese, il 20 marzo 1848 venne costituito il Governo Provvisorio della Lombardia con a capo Casati. Il 29 aprile 1848, il Governo Provvisorio riconobbe la pubblica utilità di una strada per il rimorchio delle barche e ne autorizzò la costruzione.
Che Cattaneo avesse fatto pressioni? Del resto aveva investito 5.000 Lire austriache nella società!

Il 9 agosto 1848, allorché rientrarono a Milano gli austriaci, Cattaneo con rogito del notaio Guenzati cedette alla moglie Anna Pyne Woodcock, inglese, le sue azioni, per evitarne la confisca. Il 18 marzo 1850 giunse la tanto sospirata concessione dal Regio Governo e la trasformazione della società in società anonima spinse il Cattaneo a cercare finanziatori presso amici e banchieri.

Finalmente, il 16 aprile 1856, i banchieri Mondolfo, Brambilla, Turati, Ponti e Bellinzaghi sottoscrissero buona parte del capitale della società e coprirono il resto con un mutuo. Venne prevista una spesa di Lire austriache 1.680.856, ma alla fine i lavori si chiusero con un risparmio di Lire austriache 199.431. Altri tempi!…

Il 9 febbraio 1858, l’inaugurazione. La ferrovia iniziava da una darsena collegata direttamente al Naviglio Grande a Tornavento, dove le barche venivano fissate, ancora in acqua, ai carri ferroviari; i cavalli trainavano poi il carico sino a Sesto Calende, percorrendo poco più di 17 km nella brughiera. A Somma Lombardo, attendeva il cambio dei cavalli. I carri scendevano la costa sino al ponte sullo Strona e, poi, proseguivano sino a superare la strada Golasecca-Sesona, dove, in località Groppetti, affrontavano una discesa del 12,50%. La ferrovia raggiungeva di nuovo il Ticino in località Mulini. Le barche, che venivano a trovarsi a 20 metri dal pelo dell’acqua, vi venivano calate con una piattaforma mobile lunga trenta metri, azionata da una ruota ad acqua. Una volta in acqua, le barche venivano rimorchiate sino a Sesto e da lì potevano proseguire per il Lago Maggiore.

Il sistema prevedeva, a Tornavento, il carico delle barche su carri trainati da cavalli che si muovevano lungo una via ferrata a binari realizzata nella brughiera, sino a Sesto, dove le barche venivano calate in acqua nuovamente.
La ferrovia iniziava nella vallata sotto Tornavento da una darsena, collegata direttamente al Naviglio Grande. Sul fianco della darsena, c’era la ‘Stazione di Tornavento della Ferrovia delle Barche’. L’interno della stazione veniva utilizzato anche come ricovero per i quaranta cavalli addetti al traino nella prima tratta della ferrovia. A metà del percorso, nella stazione di Strona, nei pressi dell’attuale Cascina Lavandai (Somma Lombardo), altri quaranta cavalli davano il cambio a quelli utilizzati nella prima parte del percorso.

La strada ferrata era lunga complessivamente 17 chilometri tra Tornavento e Sesto Calende.
Il primo esperimento fu eseguito il 9 febbraio 1858, i trasporti di barche continuarono per circa sette anni. Purtroppo però, con l’apertura, nel 1865, delle ferrovie Arona-Novara e Milano-Sesto Calende, utilizzate anche per il traffico merci, l’impresa Ipposidra fallì miseramente.
Vuoi per litigi interni, vuoi per l’opposizione dei paroni che vedevano scomparire il loro guadagno, vuoi per il boicottaggio dei barcaioli, vuoi perché nel 1865 arrivò la Ferrovia Sesto-Milano, dopo solo sette anni di esercizio la Società fallì. Tutto è ormai scomparso: resta solo la memoria ed alcuni tratti difficilmente individuabili, ricoperti da sterpaglie, tra cui i ponti del tratto Cascina Lavandai – Sesona – Golasecca e alcuni paracarri in granito con la sigla S.F., Società della Ferrata.

OGGI

Oggi rimangono solo poche tracce: qualche percorso nei tratti in trincea, qualche ponte diroccato, dei termini in granito persi nella brughiera. l’unica opera ancora esistente e tutt’ora utilizzata, è il ponte sul torrente Strona, si incontra sulla strada tra Somma Lombardo e Golasecca. Dopo il fallimento della società venne venduto al comune di Somma.

Non aspettatevi di trovare vecchi binari o stazioni abbandonate, non è rimasto quasi niente di tutto ciò. In questo sito è possibile vedere quello che ancora rimane.

Il percorso dell’Ipposidra è tuttora rilevabile, meno nella parte da Tornavento a Somma Lombardo e molto di più nella parte da Somma Lombardo a Sesto Calende.
Un’eccellente idea è quella di percorrerlo con una bicicletta di tipo rampichino (per gli anglofoni mountain-bike) che consente di attraversare anche quei punti che ormai sono invasi dalla vegetazione, ma che comunque mantengono un fondo sufficiente per il transito in sella.

Il Parco Ticino ha posto alcuni cartelli indicatori, ma soprattutto ha edito un agevole opuscolo (introvabile) che riporta storia, percorso e foto d’epoca e attuali.

Per chi volesse approfondire questo specifico argomento, l’Ipposidra è stata trattata nei testi:

“Dal Lago Maggiore a Milano”
di Francesco Ogliari e Gaspare Ciluffo
Ed. Selecta – Pavia (2002)

e il libro citato prima.

PS: mi scuso con l’autore per aver modificato liberamente il suo articolo.

Sto lavorando ad una mappa del percorso con i tratti conosciuti e non. Una cosa sorprendente è che tra gli intervistati “sestesi” nessuno sa cosa sia l’ipposidra …………..grazie nonna Maria.

A presto per gli aggiornamenti.

18
dic
07

Ül Sass da la “Preja Buja”

Ül Sass da la “Preja Buja”

 sass
Il masso erratico “Sass de Preja Buia” è un megalito istoriato di serpentino (roccia verde e luminosa) situato nella zona nord ovest di Sesto Calende, località San Vincenzo in una radura all’entrata del bosco vicino all’omonimo oratorio (sulla strada provinciale di mezzacosta si trovano i cartelli indicanti gli scavi).

Sul masso erratico che rappresenterebbe, nell’ipotesi più probabile, un altare sacrificale, vi sono numerosi petroglifi a carattere simbolico e culturale eseguiti in età preistorica, piccole conche atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare culti antichi. È affiancato da altri massi erratici, sui quali sono presenti altri petroglifi.

Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia, ha stimolato la fantasia popolare producendo diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo e tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.

Il Sass de Preja Buia costituisce anche un punto magnetico di una certa consistenza, poichè un interessante fenomeno si verifica avvicinandosi o salendo sui massi: la bussola impazzisce.
Questo sarebbe bello da provare e verificare!

Dichiarato monumento naturale nazionale e tutelato perciò dalla legge (attualmente fa parte del Parco Lombardo del Ticino), il masso risale all’Era Quaternaria (detta anche Era Neozoica o Neozoico). L’ultima glaciazione di questo periodo, la Glaciazione Wurmiana (o Glaciazioni Wurm), trasportò i massi più grossi provenienti probabilmente da una enorme frana nell’area del Gottardo; nel suo progredire, il ghiacciaio, che aveva probabilmente due diverse origini (il Gottardo appunto e il Sempione) poi confluenti in un unico sistema, trascinò materiale morenico tra cui i grossi massi che, errando, si arenarono definitivamente nelle nostre campagne (nel Varesotto si sono fermati nell’Area Sud-orientale del Lago Maggiore).
In epoca primitiva sulla sua roccia vennero scavate delle piccole conche, atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare i culti antichi. Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia ha stimolato la fantasia popolare, che ha prodotto diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo, ma molti perirono. Tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli che erano con lei. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.
Trattandosi di blocchi di grandi dimensioni, vengono considerati monumenti naturali e parti integranti del paesaggio. Oltre il Sass de Preja Buia ricordiamo il Sass Cavalàsc (o sasso cavallaccio), un parallelepipedo conficcato nel Verbano, vicino alla riva, tra i paesi di Ranco e Ispra e il Sasso Galletto a Laveno Mombello, enorme dente appuntito che spunta dalle acque del Lago Maggiore.

LA LEGGENDA DEL “SASS DE LA PREJA BUJA”

A un centinaio di metri a nord della chiesetta di San Vincenzo, in un’ area boschiva al centro di un’orrida fossa che viene chiamata “La fossa del drago”, si trova un complesso megalitico sulle cui rocce, mani primitive hanno inciso numerose cuppelle, segno di un antico luogo di culto. E’ in realtà un masso erratico (materiale trasportato dai ghiacciai e abbandonato poi dal loro ritirarsi) che rassomiglia ad una chioccia nell’atto della cova. Il suo colore bronzeo dà l’idea di una statua con riflessi metallici alla quale è stato dato il nome di “Sass de Preja Buia”, e da secoli è legato a questa leggenda e al mito dell’amore materno.

<< Molti e molti anni fa a Sesto Calende viveva un pescatore con moglie e prole. Ma non era un pescatore qualsiasi. Si trattava di un eletto mortale che aveva conosciuto la dea Venere un giorno spuntata dalle acque; ella se n’era invaghita e avevano amoreggiato. Il rapporto era continuato per alcuni mesi e se il pescatore era riuscito a tenere La famiglia all’oscuro della illecita relazione non vi era stato però modo di nascondere la cosa al Sole, il quale era andato subito a riferirlo a Giove, il padre degli dei. Quando Giove venne a saperlo, fu colpito da un’ira indicibile:
“Come è mai possibile che la dea più bella dell’Olimpo rifiuti di dare il suo amore a me, il capo degli dei, per poi unirsi con un comune, volgarissimo umano?!”
Non riuscendo più a controllarsi, Giove mandò una Folgore sul pescatore trasformandolo per punizione in un drago. Quel giorno la famiglia attese invano il ritorno dell’ uomo, gli amici lo cercarono ovunque ma tutto ciò che riuscirono a trovare fu la sua barca capovolta al largo.
E quella povera donna, Vinicia, moglie e madre, non riusciva a spiegarsi cosa fosse successo e si chiedeva affranta come avrebbe potuto tirar grandi i due figli. La sera >> una luce brillò intensa nel cielo. Poi una parte di essa si distaccò e raggiunse la terra assumendo le sembianze di una donna eterea e bellissima. Era Venere, che cercava il suo amore trasformato in drago perchè voleva stringerlo a sè e parlargli.
“Tesoro caro – disse singhiozzando la dea, ciò che ti hanno fatto non può rimanere invendicato. Con il tuo alito infuocato dovrai bruciare tutta questa terra prediletta dagli dei. Ma siccome il fuoco non sarà abbastanza, tieni, metti nelle tue fauci quest’erba velenosa che ho colto dalle rive dello Stige. A contatto del fuoco l’erba emetterà vapori venefici che si spargeranno ovunque, trasformando tutta la zona in un paesaggio di morte e distruzione.”
Poi salutò l’animale con un ultimo abbraccio e se ne tornò donde era arrivata. All’alba l’incendio provocato stava già divorando ettari di terra e dove non arrivavano le fiamme erano i vapori velenosi a distruggere ogni forma di vita umana, animale e vegetale. Uno dei figli del pescatore avvistò le fiamme e corse ad avvertire la madre del pericolo. In un primo tempo la donna non diede eccessivo peso alla cosa perchè‚ pensava si trattasse dei fuochi accesi in onore di Cibele. Ma dopo poco il figlio ritornò e insistette: “La gente fugge verso Stazzona e il fuoco è ormai vicino alla nostra casa. Andiamocene anche noi!”.
Presi allora i due pargoli, il più piccolo in braccio e l’altro per mano Vinicia cercò di correre verso la salvezza attraverso boschi e colline. Arrivarono su un’altura, dove credettero di essere finalmente al sicuro ma poco dopo salirono da un valloncello le mortali esalazioni che costrinsero nuovamente la famiglia a fuggire. Il figlio maggiore era sfinito e implorava la madre di fermarsi. Questa lo trascinò per un po’ ma poi il ragazzo si accasciò a terra: “Ti prego, mamma, non ce la faccio più, tu corri, mettiti in salvo,vai”.
Ma mentre proferiva queste parole un maledetto fumo biancastro che avviluppava il terreno lo raggiunse facendolo tossire: “Mamma, mamma…. mi sento soffocare… aiutami. … non riesco a respirare”. La povera donna era in lacrime, si piegò sul figlio mentre anche il bambino fra le braccia stringeva la mano del fratellino quasi a volerlo incoraggiare nel continuare il cammino, ma i richiami del giovane si facevano sempre più flebili, fino a quando il volto divenne ceruleo e la sua mano allentò la presa del più piccolo. Anche questi ora piangeva abbandonando il capo sul seno della madre dopo aver tentato invano di emettere l’ultimo impossibile respiro. La donna era disperata, senza i suoi figli la vita non aveva alcun significato per lei e quindi decise di non abbandonarli: si gettò allora su di loro coprendoli con la veste e abbracciandoli stretti, come una chioccia con i pulcini, nel tentativo di proteggerli.
Dopo tre giorni e tre notti di fortunale senza tregua, i pochi superstiti che ebbero avuto la fortuna di rifugiarsi sull’alto delle colline rividero l’arcobaleno e l’aria tersa di sereno. I venti l’avevano ripulita di ogni particella mortale, gli dei aiutati dai marosi avevano sconfitto il drago a colpi di tridente. Quando, stremati e affamati, gli abitanti tornarono alle loro case trovarono sul loro percorso il corpo della donna avvinghiato a quello dei suoi bimbi. Commossi, raccolsero le salme per cremarle e dare sepoltura alle ceneri. Il giorno successivo, nel luogo dove giaceva la famiglia, era comparsa una gigantesca chioccia d’oro con le ali aperte nell’atto di proteggere la covata. L’amore materno aveva fatto sbocciare un monumento naturale alla sua grandiosità. >>
Leggenda tratta dal libro “Leggende e Storie del Varesotto” di Daniele Carozzi.

NOTE SULLA PRONUNCIA
Personalmente credo che si scriva così: Ül Sass da la “Preja Buja”
Ho anche trovato diverse versioni della stessa cosa, ad esempio: Preia Buia, Prea Buia, Sass della Preia Büia, Sass de Preja Büja.
Ma se nel nostro nordico dialetto la parola PREJA vuol dire Pietra e BUJA vuol dire Buia (scura) dobbiamo sottintendere che è la “Pietra Scura” quindi:
Plausibile:            Ül Sass da la Preja Büja             Il Sasso della Pietra Scura
Poco Plausibile:   Sass de Preja Büja                      Sasso di Pietra Scura
Non Plausibile:   Preia Buia

In Ogni caso: PREJABUJAMTBGANG si scrive tuttattaccato!

28
nov
07

La Dragolare del Monte Caio

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Il Monte Caio è senza dubbio uno dei più rilevanti massicci montuosi ed è stato più volte definito il più bello fra tutti i monti dell’Appennino Parmense, ricco di boschi, fontane, di cui, la più importante è la fonte storica che scaturisce sotto l’eremo di San Matteo e si raccoglie in un tronco d’albero.
Ha grandi pascoli, prati e praticelli dovunque, coperti di fiori e piante medicinali molto ricercate dagli erboristi.
Ha spunti panoramici di rara e meravigliosa bellezza. A quota 1430 mt. si trova poi un piccolo laghetto profondo appena 40 cm, alimentato da una sorgente sotterranea ricca di fascino. Esso si caratterizza per la presenza di valli e vallette, incise da rii e torrenti; due si originano dalle sue pendici:
la Val Bardea che nasce in prossimità del Lago delle Ore e si sviluppa verso Est raggiungendo il torrente Enza in località Ranzano;
la Val Parmossa che prende origine dal lago del Pian della Giara (località nei pressi di Schia), sviluppandosi verso Nord-Ovest fino a raggiungere il torrente Parma in località Pastorello.
I contorni sono inoltre definiti dalla Val Parma verso nord-ovest, dalla Val Bratica verso sud-ovest, dalla Val Cedra verso sud e dalla Val d’Enza verso est.
L’area del massiccio del Caio si presenta geologicamente omogenea, si caratterizza, infatti, per la quasi esclusiva presenza del Flysch del Monte Caio, il Monte si compone inoltre di numerose cime e crinali che si irradiano dalla vetta principale (punta F.Bocchialini mt. 1584):
• Cresta Nord-Ovest: Monte Novellara (mt. 1219) e Groppo d’Agna (mt. 1165);
• Cresta Nord-Est: Monte Pesdonica (mt. 1303) e Monte Rotondo (mt. 969);
• Cresta Est: Corno di Caneto (mt. 1423) e Monte Botta (mt. 1027);
Costa del Dragolare: Monte Cornata (mt. 1191), Monte La Penna (mt. 1351) e Monte Castello (mt. 972);
• Cresta Sud-Ovest: Punta Fegni (mt. 1485) e Groppo del Cardello (mt. 1399).
In questa area è racchiuso un ambito di notevole interesse naturalistico, sia per la fauna, sia per l’eccezionale presenza di specie floristiche di natura prettamente alpina.
Si presume siano i resti della migrazione vegetazionale verso sud verificatasi durante l’ultima glaciazione, terminata circa 10000 anni fa, a causa del progressivo irrigidimento del clima e dell’avanzamento delle fonti glaciali fino alla fascia ora occupata dalle colline moreniche che racchiudono, verso la pianura, i grandi laghi lombardi.

L’itinerario parte dalla cittadina di Palanzano ed è un anello di circa 33 Km.

E’ in programma per fine Agosto 2008.




Urka

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