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Luigi Malabrocca detto “Luisin” o “Il CInese”, “eterna” Maglia Nera del Giro d’Italia, ci ha lasciati. Un ciclista, un grande ciclista, che nell’epoca dello stradominio di Coppi e Bartali, per riuscire a sfuggire alla miseria si ritagliò un ruolo tutto suo. Le gare non provò più a vincerle, ma a perderle. A perderle di brutto, con ore di distacco dai primi della classe, ma rimanendo all’interno dei limiti di tempo imposti dagli organizzatori. Un’impresa non facile. Ma un copione, quello del “perdente per forza”, che eglì riuscì a recitare alla perfezione, entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo degli sportivi italiani.

Anche Luigi Malabrocca se n’è andato. Ci ha lasciati l’uomo che con le sue imprese volutamente negative era riuscito a colpire la fantasia del pubblico e dei cronisti, contribuendo in maniera decisiva a creare la leggenda della maglia nera. Sì, maglia nera, in contrapposizione a quella rosa. Se il primo in classifica indossava la maglia rosa, l’ultimo non poteva che portare una maglia di colore nero, il colore dei cattivi, il colore negativo per eccellenza.

Intendiamoci, la maglia nera, fisicamente, non è mai esistita e nessuno l’ha mai indossata se non in qualche premiazione a fine Giro o in qualche circuito. La maglia nera fu il parto della fantasia popolare e di qualche giornalista, mirabilmente pubblicizzata alla radio nella trasmissione “Giringiro”.

Malabrocca era nato il 22 giugno 1920 a Tortona ma, ancora bambino, si era trasferito con la famiglia a Garlasco. Si era diplomato perito meccanico all’Istituto tecnico di Vigevano e, nel frattempo, aveva cominciato a correre nelle categorie minori con discreti risultati. Un giorno, alla partenza di una gara per dilettanti nei pressi di Alessandria, notò un ragazzo alto, magro, con le ossa che spuntavano da tutte le parti. “Se quello spirlunga lì riesce a vincere una corsa – pensò – io posso vincere il Giro d’Italia”. Quello “spirlunga” era Fausto Coppi.

La guerra lo tenne lontano dalle corse per parecchio tempo. Combatté in Africa. Fu rimpatriato perché erano morti in guerra altri due fratelli. Alla fine del ’45 tornò alle corse, ma la sua vera storia sportiva iniziò nel 1946, quando passò professionista ingaggiato dalla Welter. A quell’epoca a Malabrocca, comunemente chiamato “Luisìn” venne affibbiato un altro soprannome: “il cinese” per via di quel suo viso orientaleggiante.

Il cambiamento radicale della vita del Luisìn avvenne al Giro d’Italia del 1946. La “Gazzetta” era riuscita, tra le mille difficoltà dell’immediato dopoguerra, a mettere in piedi il Giro d’Italia, il primo dopo quello vinto da Coppi nel ’40. Per raggiungere un adeguato numero di partecipanti, oltre a sette squadre di industria, vennero iscritte sei squadre, i cosiddetti “gruppi”, formati appositamente per il Giro; in tali gruppi vennero inseriti corridori non accasati e corridori accasati ma in soprannumero. Fu così che il Luisìn, in soprannumero alla Welter, venne intruppato nel “Milan-Gazzetta”, i cui componenti indossavano una incredibile maglia in parte rosa e in parte rossonera.

L’idea di correre per conquistare l’ultimo posto balenò nella mente sveglia di Malabrocca in occasione di un traguardo volante in cui gli organizzatori, oltre a premiare i primi, avevano messo in palio un vestito per l’ultimo. Il Luisìn pensò che un vestito, con i tempi che correvano, non era proprio da disprezzare e si portò in coda al gruppo ma, proprio sulla linea bianca, il suo amicone Mario Fazio, un bizzarro siciliano in forza alla Viscontea, frenò bruscamente e gli soffiò il vestito.

Fu la molla che fece scattare nel cervello del “cinese” l’idea balzana di correre per l’ultimo posto. Fu una specie di ripicca nei confronti di Fazio ma venne anche ben ponderata. Il cognome era adattissimo al ruolo: Mala – brocca, che unione meravigliosa di vocaboli negativi! Nel nome il destino. E poi, con Bartali e Coppi in lotta tra loro per la vittoria, alla gente cosa poteva importare chi fosse il terzo, il quindicesimo o il trentatreesimo nella classifica generale? Era molto più facile e spontaneo che un lettore della “Gazzetta” andasse a vedere chi era l’ultimo in classifica e con quale distacco. Chi era quel “broccaccio”? Malabrocca, appunto!

Cominciò allora una lotta senza esclusione di colpi per arrivare ultimo. La battaglia con i vari Fazio, Zanazzi, Casola avvenne con finte forature, finti incidenti meccanici, finte fughe per potere, una volta preso un certo vantaggio, nascondersi da qualche parte, all’insaputa degli avversari. Fu una specie di gioco a rimpiattino sempre, però, attenti a non finire fuori tempo massimo, un rischio calcolato. Alla fine, il sette luglio all’Arena di Milano, Malabrocca aveva sbaragliato il campo e “straperso” il Giro d’Italia: quarantesimo e ultimo. Era nato il mito della maglia nera.

Il nome di Malabrocca era sulla bocca di tutti. La gente gli voleva bene quasi come a Coppi e a Bartali. Il Luisìn ne ebbe anche dei benefici economici perché veniva invitato a moltissimi circuiti ad ingaggio. Era diventato popolarissimo.
L’anno dopo, nel 1947, la Welter non poté esimersi dallo schierarlo tra i sette corridori al via del Giro e, forte dell’esperienza maturata, studiò nuovi stratagemmi e dominò il campo: cinquantesimo e ultimissimo. In molte località attraversate dalla corsa, venivano organizzati traguardi volanti con premi di vario genere per i primi e un premio speciale per l’ultimo. Il nostro campionissimo alla rovescia fece razzia. Si raccontava che, a fine giro, avesse guadagnato più del suo compagno di squadra Giulio Bresci, terzo dietro Coppi e Bartali.
Le imprese di Malabrocca vennero raccontate nei programmi radiofonici e in articoli di giornalisti e scrittori come Orio Vergani e Dino Buzzati.

Nel 1948 si accasò alla Edelweiss che, però, non partecipò al Giro d’Italia. La lotta per la maglia nera senza il “cinese” era un’altra cosa e passò del tutto inosservata. Torno al Giro nel 1949 con la maglia della Stucchi, capitanata dallo svizzero Fritz Schaer. Schaer era stato ingaggiato per “fare classifica” perciò il Luisìn avrebbe dovuto fare il gregario vero, altro che giocare alla maglia nera! Fece buon viso a cattiva sorte perché, in fin dei conti, lo stipendio era abbastanza buono.

Mentre il nostro campione faceva il gregario per Schaer, un altro personaggio uscì prepotentemente alla ribalta indossando l’invisibile maglia nera: Sante Carollo. Carollo, un vicentino rosso di capelli e di maglia (quella della Wilier Triestina) era di quattro anni più giovane di Malabrocca e non avrebbe dovuto partecipare al Giro. Fu schierato all’ultimo momento a causa di una indisposizione di Fiorenzo Magni. Non era assolutamente preparato, il rosso vicentino, e così divenne maglia nera senza volerlo, anzi, non ci teneva proprio ad essere l’ultimo della classifica. Poi, valutata la situazione e la possibilità di qualche “sgheo” extra, si calò decisamente nel nuovo personaggio mentre Malabrocca faceva il gregario di Schaer. L’opinione pubblica si divise in “Carolliani” e “Malabrocchiani”. Questi ultimi erano delusi perché il loro idolo non “era in forma”.

Quando alla Stucchi si resero conto che Schaer non sarebbe arrivato nemmeno nei primi venti, diedero via libera a Malabrocca. Il Luisìn ci si mise con ostinazione anche se lo svantaggio di Carollo andava misurato ad ore. Ricuperò, anzi perse, parecchio ma, alla partenza dell’ultima tappa, Carollo aveva ancora un ritardo di circa due ore. Ci voleva un colpo da maestro. Il rosso vicentino marcava stretto Malabrocca che rimase tranquillo fino a pochi chilometri dal traguardo finale posto all’Autodromo di Monza. In prossimità di un traguardo a premio il Luisìn scattò come una furia.
“Ma dove vai? – chiese Carollo – Sei matto?”
“Vado a guadagnare la pagnotta davanti, tanto quella dietro te la sei già guadagnata tu”.

Vinto il traguardo, sterzò bruscamente in un cortile e trovò ospitalità in casa di una famiglia. Lo invitarono a bere, a mangiare qualcosa, parlarono di pesca, del più e del meno. Arrivò sul traguardo dell’autodromo di Monza con circa due ore e mezza di ritardo: la maglia nera era sua per la terza volta? Macché. I cronometristi, stanchi di aspettare, se ne erano andati dopo avere classificato tutti a pari merito. Fu il trionfo di Sante Carollo che il Luisìn ha sempre contestato.

Dal 1950 Malabrocca cambiò praticamente vita: si dedicò prevalentemente al ciclocross, quattro anni con la Nilux, un anno con la Ursus e gli ultimi quattro con l’Ignis di patron Borghi.
Nel Giro del 1950, senza il suo campionissimo alla rovescia, la lotta per la maglia nera fu quasi inesistente cosicché, l’anno dopo, la “Gazzetta”, desiderando rinverdire i fasti del passato, mise in palio appositi premi e, addirittura, una vera maglia nera da fare indossare all’ultimo in classifica sul palco delle premiazioni al termine del Giro. Riuscì a infilarsi quella maglia Giovanni “Nane” Pinarello, il futuro grande costruttore di biciclette. Pinarello, che nel 1949 era stato compagno di squadra di Malabrocca alla Stucchi, mise in pratica tutto ciò che era riuscito ad imparare dal Luisìn.

Nel 1952 Malabrocca tornò al Giro. Pietro Nidasio, patron della Nilux, sognava da tempo di schierare una sua squadra al via della maggiore corsa a tappe nazionale. Ingaggiò tre “indipendenti”, Frosini, Ottusi e Colombo e convinse anche Malabrocca. In realtà il “cinese” era un po’ riottoso, riteneva che ormai fossero passati i tempi della maglia nera e poi, dedicandosi ormai anima e corpo al ciclocross, pensava di non avere la preparazione sufficiente per partecipare al Giro d’Italia. Nidasio lo convinse affermando che la Nilux, squadra di Vigevano, non poteva schierarsi al via senza Malabrocca.

Per completare la formazione, su suggerimento di Torriani, vennero chiamati tre australiani: Anthony, Beasley e Smith. Apparve subito chiaro che i tre “canguri” erano venuti al Giro per fare solamente del turismo gastronomico: nella storia del Giro, furono gli unici che, con il passare delle tappe ingrassavano anziché dimagrire. Un disastro!
Da parte sua il Luisìn, come aveva previsto, non era in condizione di battersi nemmeno per l’ultimo posto e fu costretto al ritiro. L’epopea della maglia nera era finita nel 1949.

Sulle imprese di Malabrocca ne sono state raccontate tantissime e risulta difficile distinguere realtà da fantasia. Mi piace comunque raccontarne una: Giro d’Italia del 1949; si attraversa la campagna veneta, il Luisìn nota, davanti a un casolare, una grande vasca in muratura con tanto di coperchio di lamiera, sufficientemente grande da contenere sia lui sia la bici; vi si nasconde dentro chiudendo il coperchio per lasciare sfilare tutto il gruppo e il “nemico” Carollo; ad un certo punto si alza il coperchio e appare la faccia del proprietario; “Cossa féto? (Cosa fai?)”; “Il Giro d’Italia”; “Dentro la me vasca?”

Se le grandi imprese della maglia nera terminarono di fatto col Giro del 1949, alcune definizioni, alcuni modi di dire sono rimasti anche dopo quasi sessant’anni: “L’Italia è la maglia nera d’Europa nel campo del ….”; “Quest’anno la maglia nera delle spiagge italiane spetta a ….”; “Il Tale è veramente una persona in gamba, non è mica un ‘malabrocca’ qualsiasi”.

Ma come era in realtà Luigi Malabrocca? Era una persona intelligente e furba che le studiava tutte per sbarcare il lunario in tempi dove non era facile portare a casa qualcosa di più della semplice pagnotta. Come corridore non era niente male. A parte le sue affermazioni nel ciclocross (due titoli italiani e due decimi posti ai mondiali), si difendeva bene anche su strada per le sue doti di fondo e per un non disprezzabile spunto in volata. Quindici sono state le sue vittorie su strada, tra cui molti circuiti ma anche una Coppa Agostoni e una Parigi-St.Valery nel 1948, oltre alla lunghissima Parigi-Nantes del 1947. Nel 1949 si aggiudicò il Giro di Croazia e Slovenia a tappe, durante il quale, nelle ore di pausa andava a fare il muratore o l’imbianchino per arrotondare i guadagni.

Per finire penso che valga la pena riportare in sintesi ciò che il grande Fausto Coppi pensava di Malabrocca, del quale era grande amico: se nelle corse si pedalasse a trentacinque all’ora, il Luisìn potrebbe andare avanti per quindici giorni filati; i suoi problemi sorgono quando si comincia a superare i quaranta; ha una resistenza formidabile: se inventassero una corsa di tremila chilometri, arriverebbe solo lui.

Cito l’autore: ZIO ARAMIS