Ül Sass da la “Preja Buja”

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Il masso erratico “Sass de Preja Buia” è un megalito istoriato di serpentino (roccia verde e luminosa) situato nella zona nord ovest di Sesto Calende, località San Vincenzo in una radura all’entrata del bosco vicino all’omonimo oratorio (sulla strada provinciale di mezzacosta si trovano i cartelli indicanti gli scavi).

Sul masso erratico che rappresenterebbe, nell’ipotesi più probabile, un altare sacrificale, vi sono numerosi petroglifi a carattere simbolico e culturale eseguiti in età preistorica, piccole conche atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare culti antichi. È affiancato da altri massi erratici, sui quali sono presenti altri petroglifi.

Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia, ha stimolato la fantasia popolare producendo diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo e tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.

Il Sass de Preja Buia costituisce anche un punto magnetico di una certa consistenza, poichè un interessante fenomeno si verifica avvicinandosi o salendo sui massi: la bussola impazzisce.
Questo sarebbe bello da provare e verificare!

Dichiarato monumento naturale nazionale e tutelato perciò dalla legge (attualmente fa parte del Parco Lombardo del Ticino), il masso risale all’Era Quaternaria (detta anche Era Neozoica o Neozoico). L’ultima glaciazione di questo periodo, la Glaciazione Wurmiana (o Glaciazioni Wurm), trasportò i massi più grossi provenienti probabilmente da una enorme frana nell’area del Gottardo; nel suo progredire, il ghiacciaio, che aveva probabilmente due diverse origini (il Gottardo appunto e il Sempione) poi confluenti in un unico sistema, trascinò materiale morenico tra cui i grossi massi che, errando, si arenarono definitivamente nelle nostre campagne (nel Varesotto si sono fermati nell’Area Sud-orientale del Lago Maggiore).
In epoca primitiva sulla sua roccia vennero scavate delle piccole conche, atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare i culti antichi. Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia ha stimolato la fantasia popolare, che ha prodotto diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo, ma molti perirono. Tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli che erano con lei. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.
Trattandosi di blocchi di grandi dimensioni, vengono considerati monumenti naturali e parti integranti del paesaggio. Oltre il Sass de Preja Buia ricordiamo il Sass Cavalàsc (o sasso cavallaccio), un parallelepipedo conficcato nel Verbano, vicino alla riva, tra i paesi di Ranco e Ispra e il Sasso Galletto a Laveno Mombello, enorme dente appuntito che spunta dalle acque del Lago Maggiore.

LA LEGGENDA DEL “SASS DE LA PREJA BUJA”

A un centinaio di metri a nord della chiesetta di San Vincenzo, in un’ area boschiva al centro di un’orrida fossa che viene chiamata “La fossa del drago”, si trova un complesso megalitico sulle cui rocce, mani primitive hanno inciso numerose cuppelle, segno di un antico luogo di culto. E’ in realtà un masso erratico (materiale trasportato dai ghiacciai e abbandonato poi dal loro ritirarsi) che rassomiglia ad una chioccia nell’atto della cova. Il suo colore bronzeo dà l’idea di una statua con riflessi metallici alla quale è stato dato il nome di “Sass de Preja Buia”, e da secoli è legato a questa leggenda e al mito dell’amore materno.

<< Molti e molti anni fa a Sesto Calende viveva un pescatore con moglie e prole. Ma non era un pescatore qualsiasi. Si trattava di un eletto mortale che aveva conosciuto la dea Venere un giorno spuntata dalle acque; ella se n’era invaghita e avevano amoreggiato. Il rapporto era continuato per alcuni mesi e se il pescatore era riuscito a tenere La famiglia all’oscuro della illecita relazione non vi era stato però modo di nascondere la cosa al Sole, il quale era andato subito a riferirlo a Giove, il padre degli dei. Quando Giove venne a saperlo, fu colpito da un’ira indicibile:
“Come è mai possibile che la dea più bella dell’Olimpo rifiuti di dare il suo amore a me, il capo degli dei, per poi unirsi con un comune, volgarissimo umano?!”
Non riuscendo più a controllarsi, Giove mandò una Folgore sul pescatore trasformandolo per punizione in un drago. Quel giorno la famiglia attese invano il ritorno dell’ uomo, gli amici lo cercarono ovunque ma tutto ciò che riuscirono a trovare fu la sua barca capovolta al largo.
E quella povera donna, Vinicia, moglie e madre, non riusciva a spiegarsi cosa fosse successo e si chiedeva affranta come avrebbe potuto tirar grandi i due figli. La sera >> una luce brillò intensa nel cielo. Poi una parte di essa si distaccò e raggiunse la terra assumendo le sembianze di una donna eterea e bellissima. Era Venere, che cercava il suo amore trasformato in drago perchè voleva stringerlo a sè e parlargli.
“Tesoro caro – disse singhiozzando la dea, ciò che ti hanno fatto non può rimanere invendicato. Con il tuo alito infuocato dovrai bruciare tutta questa terra prediletta dagli dei. Ma siccome il fuoco non sarà abbastanza, tieni, metti nelle tue fauci quest’erba velenosa che ho colto dalle rive dello Stige. A contatto del fuoco l’erba emetterà vapori venefici che si spargeranno ovunque, trasformando tutta la zona in un paesaggio di morte e distruzione.”
Poi salutò l’animale con un ultimo abbraccio e se ne tornò donde era arrivata. All’alba l’incendio provocato stava già divorando ettari di terra e dove non arrivavano le fiamme erano i vapori velenosi a distruggere ogni forma di vita umana, animale e vegetale. Uno dei figli del pescatore avvistò le fiamme e corse ad avvertire la madre del pericolo. In un primo tempo la donna non diede eccessivo peso alla cosa perchè‚ pensava si trattasse dei fuochi accesi in onore di Cibele. Ma dopo poco il figlio ritornò e insistette: “La gente fugge verso Stazzona e il fuoco è ormai vicino alla nostra casa. Andiamocene anche noi!”.
Presi allora i due pargoli, il più piccolo in braccio e l’altro per mano Vinicia cercò di correre verso la salvezza attraverso boschi e colline. Arrivarono su un’altura, dove credettero di essere finalmente al sicuro ma poco dopo salirono da un valloncello le mortali esalazioni che costrinsero nuovamente la famiglia a fuggire. Il figlio maggiore era sfinito e implorava la madre di fermarsi. Questa lo trascinò per un po’ ma poi il ragazzo si accasciò a terra: “Ti prego, mamma, non ce la faccio più, tu corri, mettiti in salvo,vai”.
Ma mentre proferiva queste parole un maledetto fumo biancastro che avviluppava il terreno lo raggiunse facendolo tossire: “Mamma, mamma…. mi sento soffocare… aiutami. … non riesco a respirare”. La povera donna era in lacrime, si piegò sul figlio mentre anche il bambino fra le braccia stringeva la mano del fratellino quasi a volerlo incoraggiare nel continuare il cammino, ma i richiami del giovane si facevano sempre più flebili, fino a quando il volto divenne ceruleo e la sua mano allentò la presa del più piccolo. Anche questi ora piangeva abbandonando il capo sul seno della madre dopo aver tentato invano di emettere l’ultimo impossibile respiro. La donna era disperata, senza i suoi figli la vita non aveva alcun significato per lei e quindi decise di non abbandonarli: si gettò allora su di loro coprendoli con la veste e abbracciandoli stretti, come una chioccia con i pulcini, nel tentativo di proteggerli.
Dopo tre giorni e tre notti di fortunale senza tregua, i pochi superstiti che ebbero avuto la fortuna di rifugiarsi sull’alto delle colline rividero l’arcobaleno e l’aria tersa di sereno. I venti l’avevano ripulita di ogni particella mortale, gli dei aiutati dai marosi avevano sconfitto il drago a colpi di tridente. Quando, stremati e affamati, gli abitanti tornarono alle loro case trovarono sul loro percorso il corpo della donna avvinghiato a quello dei suoi bimbi. Commossi, raccolsero le salme per cremarle e dare sepoltura alle ceneri. Il giorno successivo, nel luogo dove giaceva la famiglia, era comparsa una gigantesca chioccia d’oro con le ali aperte nell’atto di proteggere la covata. L’amore materno aveva fatto sbocciare un monumento naturale alla sua grandiosità. >>
Leggenda tratta dal libro “Leggende e Storie del Varesotto” di Daniele Carozzi.

NOTE SULLA PRONUNCIA
Personalmente credo che si scriva così: Ül Sass da la “Preja Buja”
Ho anche trovato diverse versioni della stessa cosa, ad esempio: Preia Buia, Prea Buia, Sass della Preia Büia, Sass de Preja Büja.
Ma se nel nostro nordico dialetto la parola PREJA vuol dire Pietra e BUJA vuol dire Buia (scura) dobbiamo sottintendere che è la “Pietra Scura” quindi:
Plausibile:            Ül Sass da la Preja Büja             Il Sasso della Pietra Scura
Poco Plausibile:   Sass de Preja Büja                      Sasso di Pietra Scura
Non Plausibile:   Preia Buia

In Ogni caso: PREJABUJAMTBGANG si scrive tuttattaccato!