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a life on two wheels and other passions

ATLAS November Exhibition — Atlas

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ATLAS The Movie – Trailer — Atlas

 

ATLAS “The Movie” Trailer by @empytek_ , Live exhibition at BoboCubaLibre – DoNotRecords “All Music Factory” Talent Show Thanks to all our fans and friends. Our special thanks to: BoboCubaLibre Staff, Roberto “Bobo” Scavello, DoNotRecords, DJ Spine & Pippo Palmieri, lo Zoo di 105, Loris The Voice di RTO, Francesco De Giorgi, Luca di RTO L’altra Radio. FOLLOW US ON: ATLAS OFFICIAL FAN […]

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White Night for the ATLAS — Atlas

This is a public service announcement ….with guitar! The ATLAS regain a place in the DoNotRecords “ALL MUSIC FACTORY” Talent Show, for the participation at the WHITE NIGHT November 17, 2016 at BoboCubaLibre in Sesto Calende (VA) Italy. Non si può certo dire che manchino le novità al nuovo Talent Show musicale della DoNotRecords di Pippo Palmieri e […]

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ALL MUSIC FACTORY TALENT — Atlas

ATLAS Live Exhibition at the Do not Records ALL MUSIC FACTORY TALENT SHOW in Sesto Calende BOBOCUBALIBRE, passing next step at the semi-finals.

via ALL MUSIC FACTORY TALENT — Atlas

Atlas Live at the All Music Factory talent show — Atlas

ATLAS Live Exhibition at the Do not Records ALL MUSIC FACTORY TALENT SHOW in Sesto Calende BOBOCUBALIBRE, passing next step at the semi-finals. One Last Breath and Sleepwalking Covers

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ALL MUSIC FACTORY Friday 14 October — Atlas

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Live at the “ALL MUSIC FACTORY” Contest

Atlas

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Info:

www.bobocubalibre.com

www.donotrecords.com

Come and vote for us ! September 30

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One Day at Pauls’s Cantina

New Atlas stickers

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Art & Picture by @empytek

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Amarcord: Aprilia Tuareg Rally 125

Amarcord: Aprilia Tuareg Rally 125

La più bella moto del mondo !

Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta

Negli anni Ottanta i motociclisti sedicenni, in maniera maggiore rispetto agli altri, si dividevano un po’ in due categorie: stradisti ed enduristi. I 125 dell’epoca avevano motori e prestazioni simili, anche se ovviamente i modelli stradali disponevano di una manciata di cavalli in più e di rapporti più lunghi rispetto agli omologhi modelli da entrofuoristrada (con i quali molto spesso condividevano il propulsore, opportunamente rivisto a seconda dell’utilizzo).

Le preferenze dunque erano molto spesso di ordine pratico, estetico o “parentale”, nel senso che alcuni ripiegavano sull’enduro per evitare di impensierire troppo i genitori, spaventati, spesso a torto per i motivi sopraccitati, dalle elevate potenze che i 125 avevano e dalle velocità altrettanto elevate che le stradali raggiungevano rispetto alle enduro, ma c’era anche chi con le 125 enduro metteva i primi passi fuori dall’asfalto, scoprendo spesso una passione che in molti è rimasta anche in età più matura.

All’epoca poi la Parigi-Dakar era mediaticamente molto seguita, tanto quanto il Motomondiale, per cui le enduro riscuotevano un discreto successo. E poi erano più comode per portare a spasso le ragazze… Una delle enduro di maggiore successo è stata senza dubbio l’Aprila Tuareg 125, anche se venne declinata in diverse cilindrate, a seconda delle versioni: 50 e 250 con motore a due tempi, 350 e 600 con propulsore a quattro tempi. Nel 1983 Aprilia aveva in listino la RX 125, che era decisamente un mezzo troppo professionale per essere considerato una enduro stradale.

Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta

L’anno successivo presenta dunque la prima ETX 125, che monta per la prima volta un motore Rotax, il 126 con ammissione lamellare, raffreddamento a liquido e miscelatore separato, ma senza la valvola di scarico RAVE, alimentato con un carburatore PHBH 26. La Dakar affascina sempre di più e così nel maggio ’85 presenta la prima Tuareg, che condivide con la ETX gran parte della ciclistica ma non le sovrastrutture, come il serbatoio da 16 litri invece di 10, o i paramani. A partire dall’85 sia la nuova Tuareg che la rinnovata ETX, presentata poco dopo, montano il nuovo Rotax 127 con valvola pneumatica RAVE allo scarico.

Il nuovo motore dichiara 26 CV all’albero (quelli effettivi alla ruota sono poco più di 20), la velocità massima è di poco inferiore ai 130 km/h e il peso di 124 kg. Viene commercializzata a 3.780.000 lire nelle versioni cromatiche rosso/giallo o blu/giallo. L’anno successivo arriva già un primo restyling, che comprende la nuova colorazione bianco/rosso, l’avviamento elettrico opzionale e il freno a disco anche sulla ruota posteriore.

Contemporaneamente, come per la ETX, esce anche la versione 350 con motore quattro tempi da 33 CV a 7500 giri, ma soprattutto la prima Tuareg Rally, che con il suo motore Rotax 127-GS da 34 CV a 10.750 giri, alimentato da un carburatore da 34 mm (Dell’Orto PHBE34SU), unitamente a un peso dichiarato di soli 100 kg, ne fanno un mezzo molto specialistico. 

Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta

La mancanza sia dell’avviamento elettrico quanto quella del miscelatore separato (SU), nonché il prezzo (vicino ai 5 milioni) (Veramente 5.250.000 Lire) e la potenza elevati, rendono il Tuareg Rally un mezzo molto richiesto solo nell’ambito dei veri appassionati di fuoristrada, che possono contare anche su una ciclistica sopraffina e dedicata a questa pratica, più che a utilizzo on-off. Della Rally esiste anche la versione 250, con motore Rotax 244-GS sempre a due tempi, con 47 CV a 8000 giri, che già nell’84, in versione sperimentale, fu portata dal pilota Andrea Balestrieri alla vittoria del Rally di Sardegna.

Per entrambe le cilindrate è disponibile un kit competizione che comprende filtro aria, getti carburatore del massimo più grandi e marmitta libera non omologata (tutto sul Libretto).

Le mode cambiano e nel 1987, sulla scia delle competizioni africane, arriva la (brutta) versione carenata del Tuareg con doppio faro e parafango basso, nelle colorazioni blu/bianco con sella blu e rosso/bianco con sella rossa. Il motore è il nuovo Rotax 127 derivato da quello della AF1 Project 108, con valvola RAVE 2 e avviamento elettrico.

La potenza dichiarata è sempre di 26 CV e la velocità massima di poco superiore ai 130 orari, mentre il prezzo arriva a sfiorare i 4 milioni. L’anno successivo è la volta della Tuareg Wind, che verrà declinata anche nella cilindrata 600, oltre che nella 350 e 50 con motore Minarelli. In questa versione però il Tuareg diventa decisamente più stradale e pesante, tanto che le versioni 50 e 125 risultano decisamente sovradimensionate, nonostante il nuovo motore Rotax 123 più potente ed elastico del precedente, che sulla ottavo di litro sviluppa 28 CV per una velocità massima prossima ai 140 all’ora.

Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta

La nuova versione ha sovrastrutture più grandi, come il codino, il serbatoio con due tappi e un portapacchi più largo; inoltre la forcella ha gli steli rovesciati da 38 mm e il prezzo sale sensibilmente fino a ben 4.808.600 lire. La versione 350 mantiene la potenza di 33 CV, mentre il nuovo 600 sviluppa 46 CV a 7000 giri. La Wind si evolve ulteriormente nel 1989 con un nuovo telaio irrobustito e un nuovo freno anteriore da ben 300 mm, mentre il motore viene affinato a livello della valvola di scarico, sviluppando una potenza effettiva alla ruota di oltre 26 CV per 140 km/h reali.

Nello stesso anno si rinnova totalmente la Rally, disponibile da ora solo nella cilindrata 125 a un prezzo piuttosto elevato, che supera i 6 milioni. la linea presenta una carenatura con doppio faro, ma con parafango anteriore alto; l’avviamento rimane a pedale ma ora c’è il miscelatore separato. Difficile ottenere prestazioni superiori al vecchio modello, ma la nuova Rally, alimentata da un carburatore VHSB 34 LD, riesce a sviluppare oltre 32 CV alla ruota, per una velocità massima superiore ai 140 km/h.

Le versioni dei due anni successivi continueranno a migliorare, soprattutto dal punto di vista della ciclistica. Nel frattempo le mode cambiano ancora, i serbatoi si rimpiccioliscono e arrivano sul mercato la più stradale Pegaso, che sostituirà la Wind, e la RX 125, che condivide il propulsore del Tuareg ma con una ciclistica molto più leggera e con migliori prestazioni fuoristrada, tanto che la Casa di Noale ne schiererà alcune nel campionato mondiale di enduro. Si chiude così l’epoca “dakariana” di questo 125, che va in pensione dopo oltre un lustro di gloriosa carriera.

Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta
Tuareg, l’enduro di casa Aprilia più desiderato dai sedicenni negli anni Ottanta

Di  mercoledì 23 maggio 2012

Via Motoblog.it

Presto altre news tecniche.

2/6/2016 il giorno che il #Vigorelli di #Milano tornò dalla sua gente

IL NUOVO CHE SA DI ANTICO: LE

Sorgente: 2/6/2016 il giorno che il #Vigorelli di #Milano tornò dalla sua gente

20 Years of HDDs

20 Years of HDDs

36 HDDs of the last 20 Years in a frame; Artwork by Davide, Emiliano and Oscar Zambra.

In remember of Kevin Mitnick (picture of Skeet Ulrich at the phone, taken from the movie Takedown – 2000). This film is based on the story of the capture of computer hacker “Kevin Mitnick”

Kevin Mitnick is quite possibly the best hacker in the world. Hunting for more and more information, seeking more and more cybertrophies every day, he constantly looks for bigger challenges. When he breaks into the computer of a security expert and an ex-hacker, he finds one – and much more than that…

Artwork by Artwork by Davide, Emiliano and Oscar Zambra.

Excentricidad botánica en Motzorongo

Por khristoff.com Via http://motzorongo.com.mx

Entre las historias románticas que aun se cuentan en nuestro país existe una en especial que habla de un árbol ubicado en el pueblo mexicano de Motzorongo y cuya existencia podría pasar desapercibida para la mayoría de sus habitantes. Se trata de El árbol de las tres especias, cuyo origen es realmente un misterio porque en él se encuentran pimienta, canela y orégano en el mismo árbol, se localiza en la Colonia de Empleados del ingenio Central Motzorongo, entre el hotel y la cancha de tenis. Lo que algunos consideraban como una leyenda, en realidad existe.

En agosto de 1978, la revista México Desconocido de Harry Möller en su número 21, publicó un reportaje sobre este curioso árbol. La revista consistía en una publicación mensual cuyo precio por ejemplar alcanzaba los 20 pesos y entre su contenido se encontraban reportajes de lugares curiosos y desconocidos del país con el objetivo de promover el turismo. La revista aun continúa en circulación nacional, solo que ahora bajo la dirección editorial de Eduardo Scheffler en su edición digital y de Beatriz Quintanar en su edición impresa.

Lo que a continuación leerás es el artículo original íntegro publicado por la revista hace más de 35 años, claro, con sus respectivas adaptaciones gramaticales.

El árbol de las tres especias.

Portada del número 21

Portada del número 21

Como todos sabemos, hay regiones mexicanas en las que la tierra es tan fértil que llega a producir cosas extrañas y hasta increíbles. Para ver algo de esto último le sugerimos, por ejemplo, visitar una región veracruzana famosa por su producción cañera de infalible puntualidad: Motzorongo.

No se trata, exactamente, de un viaje hacia algo insólito; tal vez no sea ni siquiera espectacular, pero sí sumamente ilustrativo (a nadie le hará daño conocer en detalle la larga historia que ha de tener lugar para que pueda uno poner al café una cucharada de azúcar).

El punto de partida es Córdoba, la antigua estación de diligencias en el primer camino carretero que hubo en México.

Puestos en marcha, a 38 kilómetros rumbo a Veracruz, en un paraje llamado Piedra Movible (1 kilómetro a la izquierda), hay la pequeña curiosidad de una piedra de basalto, con un peso aproximado de dos toneladas, que hasta un niño puede hacer oscilar.

Siguiendo por la carretera principal, en el kilómetro 397, en La Tinaja, ha de tomarse la carretera hacia Tierra Blanca; poco antes de llegar a ésta (a 14 kilómetros de La Tinaja), en Mata Redonda o El Amate, se tomará la desviación a la derecha; es el camino de los ingenios. Irá cruzando arroyos y ríos como el Amapa (no el Jamapa), e internándose por tierras donde cruza la indefinible y abstracta frontera entre Veracruz y Oaxaca. Son las tierras excepcionalmente ricas de los ingenios azucareros de gran abolengo. Al paso por el camino se va presenciando en interesante secuencia el proceso de preparación de la tierra, la plantación, el cultivo, el corte y el traslado de la caña hacia los ingenios.

La prisa es lo único moderno.

¿Ha visto usted recientemente el espectáculo de la caña de azúcar en flor, en apretados muros donde cada planta alcanza hasta 4 metros de altura? ¿Y lo han visto sus hijos? Todos los valles y colinas, por kilómetros enteros, lucen el móvil penacho de la sedosa flor, color plata y violeta, que anuncia la bonanza: el tiempo de corte. Esto puedo verse en cualquier tiempo porque las áreas se siembran en fechas alternadas.

El árbol en la actualidad

El árbol en la actualidad

En cuestión de un día, o de horas, la extensión queda devastada. No ha de darse tiempo a que el sol seque la caña mermándole jugo y peso. Con rapidez y coordinación que ya quisieran para sí muchas operaciones militares, se inicia un ciclo: el brazo de corte, la recolección, la estiba, la carga en larguísimos convoyes, la descarga y la molienda; todo en una frenética carrera contra el tiempo. En todo esto lo único moderno es la prisa, lo demás viene haciéndose igual que hace trescientos años. Claro que los primitivos trapiches han sido reemplazados por modernos monstruos mecánicos que devoran toneladas de caña cada hora. Es fascinante ver a la insaciable máquina devorar montañas de caña día y noche, escupir un líquido espumoso y aromático que los mecanismos centrífugos convierten en fragante polvo llamado azúcar mascabado (del portugués mozcabado, menospreciado). En las bodegas se forman montañas que semejan un brillante Sahara. Junto a un cerro de nueve mil toneladas de azúcar, el tamaño de un hombre se empequeñece hasta parecer casi el de una hormiga.

Hacia lo insólito.

Árbol de las tres especias

Árbol de las tres especias

Dejando atrás el eficiente ingenio Las Margaritas, la carretera asfaltada recorre paisajes estupendos en la escala de los verdes y en la suave ondulación de las colinas; se pasa por parajes formidables en los arroyos y ríos con frescas, umbrías pozas perfectas para el regocijado baño refrescante.

Poco después se llega a Motzorongo, y tras un ingenio enorme y feísimo, buscando la diminuta estación del ferrocarril (y junto a ella un viejo hotel), usted llega al costado izquierdo de ese mismo hotel y ahí, en un jardincillo, encontrará un árbol como no había visto otro en su vida: la corteza es canela, las hojas son orégano, y el fruto granos de pimienta. Así es: canela, orégano y pimienta en un solo árbol. Es un vástago del árbol original, robusto y grande, al que los años y algún vendaval habrán derribado. No se trata de un injerto. Se ignora quién lo plantó o lo descubrió o cómo se produjo este milagro vegetal. Hasta ahora han sido infructuosos todos los esfuerzos hechos por reproducir la especie, según lo confirma el viejo jardinero del lugar, que nos habla de los incontables intentos fallidos. Hace 20 años, el árbol original lucía una gruesa placa de bronce hecha colocar por la Secretaría de Agricultura, dando fe de su carácter extraordinario y único en el país. Cosas así son las que hacen interminable este México desconocido.

A un paso de Motzorongo está Tezonapa, pueblo típico de las concentraciones de obreros empleados por los ingenios; su mayor peculiaridad es su calle principal, límite estatal: una acera corresponde a Veracruz y la de enfrente a Oaxaca.

Para el regreso por otra ruta pueden intentarse los 60 kilómetros del camino de terracería revestida que va por Motzorongo a Omealca y poco después de Yanga entronca con la carretera Córdoba-Veracruz. Es también región cañera, sumamente calurosa (como Motzorongo), y con estupendos paisajes tropicales.

Artículo original de la revista en 1978

Artículo original de la revista en 1978

Fuentes:

Möller, Harry. (Agosto, 1978) México Desconocido, No. 21, 8-9p.

ARTICULO ORIGINAL AQUI – VISITE MOTZORONGO

5th Gravel Race Sesto Calende

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5th Gravel Race Sesto Calende

Gillo

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Michele Frangilli, called “GILLO”, is the most titled archer in the world.
Three Olympic medals, including the Gold team Medal in London 2012, 11 World Champion titles and a total of over 170 International podiums in more than 20-year career made him a living legend for the latest generations of archers from all over the world. 
With the publication of his book “The Heretic Archer” ini 2005, now available in Italian, English, French, german, Japanese and Korean, his shooting technique and suggestions for the tuning of the bow have become know worldwide. 
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Specialized Allez Junior Giovanissimi – VENDESI

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VENDO

Specialized Allez Junior Bicicletta da Corsa per categoria Giovanissimi (G1, G2, G3, G4). Luogo del ritiro Sesto Calende, non spedisco; Pagamento in contanti. Prezzo € 450,00.

La bici è completa di Sella Specialized, Pedali keo, Computerino. Adattabile ad ogni sviluppo metrico per la prova rapporti.

Contatto a questa email

Ozzo Ultramarinos

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Puebla, Mexico

Happy in Mexico

 

Hotel Mocambo

Historia del “Hotel Mocambo” de Veracruz

Hotel Mocambo Veracruz.jpg

En el año de 1938 los inversionistas Jesús Álvarez y el coronel Serrano, viajaban desde la metrópoli invitados por el Lic. Miguel Alemán Valdez, quien en su anhelo de poblar el panorama turístico del puerto, les sugirió especular parte de su capital en la compra de una amplia extensión de terreno, dentro de los márgenes de la playa denominada en tiempos de la colonia por los esclavos negros, como “Mocambo” nombre de una tribu africana.

En aquel campo una colina colmada de pinos y palmeras, en cuya cúspide se podía sentir la placentera frescura del viento y contemplar el portentoso mar, que llegaba a descansar a su costa.

En el inhóspito trayecto entre Veracruz y Boca del Río, “Mocambo” se antojaba en la mente de los inversionistas, como un resort ideal para famosos y ricos que gustaran hospedarse en áreas llenas de romance, tranquilidad y privacidad.

Una vez efectuados los tramites de bienes raíces, los entusiastas socios regresaron a la capital del País, al siguiente día viajaban rumbo a la Ciudad de Cuernavaca, Morelos en busca del renombrado Arquitecto Martí, quien realizaba la construcción del Hotel Casino de la selva, el virtuoso joven español no dudo un instante frente a la nueva propuesta, el tentador proyecto “Hotel Mocambo “ que fuera idealizado por sus inversionistas como un casino que nunca fue, era para el, uno mas de los retos que realizo en el País y marcó el inicio de la arquitectura hotelera moderna en Veracruz.

Martí diseñó para la cúspide del montículo, un edificio de perfiles mozárabes, vigiló paso a paso la construcción, contrató el mejor ebanista carpintero para la elaboración de los detalles que complementarían su idea, labor en madera de ventanales, balaustrada, mesas, sillas, piezas artesanales de sugestiva belleza, como la del enorme timón que ordenó colocar en la bóveda del área de Recepción, delineó ventanas de perfilados barcos y miradores que asombran al espíritu del hombre frente al espectáculo del mar y del cielo.

Habitaciones diseñadas por el Arquitecto Martí, especialmente para cobijar los sueños de escritores y poetas, músicos y pintores, actores y actrices, para regazo del amor, lapso de opulencia.

Desde su inauguración fueron contratados en la Ciudad de México, los boings D-C3 en vuelos especiales a cargo del capitán de altura Juan Barrón, que aterrizaron en el puerto con lo mas granado de la sociedad capitalina, cuyo único objetivo de viaje, era el de hospedarse en el nuevo “Hotel Mocambo” con su playa privada y vista espectacular.

Este refulgente edificio en la cúspide de la colina, fue sitio elegido para celebrar exuberantes fiestas, amenizadas por el músico compositor Agustín Lara, en compañía de su musa Maria, nuestra Maria del cine Mexicano rodeado de famosos toreros, artistas, políticos, mujeres de rancio abolengo, hombres de las empresas mas importantes del País, en tiempos de un México prospero, el Hotel Mocambo sonaba en boca del mas alto circulo social.

El continuo auge de la modernización dio inicio al desarrollo urbano del Puerto, en el año de 1945 la constructora “Eureka” propiedad de Don Manuel Suárez, construía la mayor parte del Fraccionamiento Faros y los Arquitectos Enrique Segarra, Manuel Martín, Argudin y otros diseñaban las obras que estrenaría el flamante barrio.

Los exitosos empresarios Álvarez y Serrano no tardaron en unirse al apogeo, acudieron las oficinas de la constructora. En el Hotel Mocambo se iniciaron las pláticas para el proyecto de una ampliación, ahora, al atinado cargo del Arquitecto Enrique Segarra. Los planos fueron representados sin demora, en la maqueta se podía apreciar el provecho que el Arquitecto Segarra sacaría de los desniveles y recovecos naturales de la extensión de terreno que descendía hacia la playa.

A escala resaltaba, por ejemplo, una enorme terraza, que abarcaba casi todo lo ancho del edificio hacia su parte posterior y se unía al área de restaurante, recepción y un largo balcón que conducia a las habitaciones principales; una serie de pequeñas solanas a distancia, una mas abajo que la otra, se integraban a una amplia escalinata central, adornada en sus costados por una serie sucesiva de jardines de distintas especies de palmeras, plantas y flores tropicales, que convertían el camino hacia la playa romántico y alegre. En fin, cada espacio de aquel desértico llano, se había transformado en una progresión de veredas dentro de un edén.

De manera genial, el Arquitecto Segarra, resolvió una hondonada de la caprichosa cuesta, con una estancia de usos múltiples; diseñó el muro de contención con una serie de arcos que enmarcarían estatuas estilo grecorromanas, la parte central seria destinada para un pequeño gimnasio con todos los aparatos de moda; a la par construiría dos pequeñas albercas de forma ovalada, en cuyo derredor erigiría una serie de espigadas columnas, con capiteles en forma de artísticas hojas de palmeras, que aparentarían sostener la techumbre. Dentro de la misma área anexaría entrepisos destinados; uno en el lado izquierdo para sección de baños todos los de moda y otro en la parte central para un pequeño salón de eventos. La fachada semi-circular de embocadura adornada por enormes ventanales, era un mirador que aparecía en medio de la pendiente para observar el pequeño Paraíso.

Por ultimo, en la parte mas baja del montículo, aproximadamente a seis metros de altura del nivel de la playa, haría una explanada para construir una alberca olímpica de forma rectangular, en cuyos espacios laterales tendría, amplios corredores con áreas descubiertas para tomar el sol y áreas entresoladas con tejas y múltiples arcadas para estar cómodamente bajo la sombra, y desde este conjunto seria dominada en nueva perspectiva la agradable vista de los penachos de palmeras, la amplia extensión de arena que formaba la playa y el inmenso mar. Todo este conjunto nuevamente adornado por jardines tropicales, contaría con su propio “snack bar”, en forma de un torreón octagonal en cuyo centro levantaría una columna con un enorme capitel en forma de palmera cuyas hojas serias bañadas con la luz natural que penetraría la estancia durante el día, a través de sus ocho ventanales en forma de arco, y de luz eléctrica por la noche; además este espacio funcionaria independiente del Restaurante para atender con prontitud la sed y el apetito de los huéspedes y cliente. De esta forma quedaba concluido el diseño arquitectónico de la ampliación del gran Hotel.

La ampliación del Hotel Mocambo fue un reto en la mente brillante del Arquitecto Enrique Segarra, complementar la idea de Arquitecto Martí, dio como resultado una competencia de inventiva, que al buen observador no le bastará tan solo un día, para apreciar hasta el ultimo detalle de su edificación.

Pues bien, asombrados los socios inversionistas, ante el concepto del proyecto, aceptaron el cuantioso presupuesto y “Eureka” elaboró el contrato que gustosos firmaron influenciados por el entusiasmo de la sociedad veracruzana por el desarrollo y el progreso.

Terminada la construcción, nuevamente el “Hotel Mocambo “, fue el sitio en boca de la sociedad del País. A partir de los años 50¨s en sus salones, terrazas y albercas, la sociedad veracruzana celebro emocionada elegantes bailes. Las mejores orquestas amenizaron el estadio de una juventud vestida de gala que protagonizaba su propia película.

La playa privada dejó su antiguo nombre para ser llamada “ playa de oro “, los vestidores al estilo veneciano construidos de madera sobre la arena, y la interminable hilera de sillas muy al estilo Baden Baden, hicieron la playa mas lujosa del puerto de esa época.

Via VERACRUZ ANTIGUO

MARIA FELIX

*

 

MARIA FELIX en la Película “Maria Eugenia” grabada en Veracruz y en el Hotel Mocambo.

 

TONA LA NEGRA canta “Alma de Veracruz” en la Terraza del Hotel Mocambo

 

 

FOTOGRAFIAS ANTIGUAS

Fachada principal en la década 1940’s.

Alberca olímpica del hotel Mocambo.

Rocinante

foto 1 copia 3

Questa bicicletta che presentiamo è stata trovata nel mercato dell’usato su eBay, è una ALAN da Ciclocross degli anni ’90 con telaio e forcella in alluminio. La ALAN è una famosa marca di telai speciali ed ha avuto un grande passato pieno di successi nel ciclocross mondiale.

L’idea è stata quella di convertire la bici da Ciclocross a Gravel, rendendola solamente più adatta alle “Gravel Race”.

La bici è stata oggetto di un breve “restauro” durato poco più di due settimane. Si ringraziano: l’ex proprietario della bici che l’ha portata in gara innumerevoli volte, il Bicitime di Mauro Milani, Rose Bikes, Wiggle.com, Primal Wear, Ottica Cristina, M. Di Natale, Varsalona Sport & Sports e tutti gli amici del Velo Club Sestese.

Alan World Truck

La Bici è stata trovata nelle condizioni della foto: sella, reggisella, copertoni, camere aria, manubrio, tutto da sostituire; inoltre mancavano i pedali e le Decals originali dell’obliquo e dell’orizzontale. Ovviamente la bici è sprovvista dei fori filettati per i portaborraccia essendo nata per il cross.

Dopo aver cercato i pezzi necessari sul Web si è smontata la bici procedendo con un accurato lavaggio delle parti. La maggior parte dei particolari è stata sostituita con altri nuovi più leggeri.

Dati Tecnici

Frame: ALAN Cyclocross CX Aluminium 90’s

Fork: ALAN Cyclocross CX Aluminium 90’s

Handlebar: ROSE BIKES Black Anodized 40 Cm – Low Rake

Wheels: NOVA Rigida Group Cyclocross Aluminium

Hubs: Shimano HB-RM40

Quick Releases: Extreme XR Set (105 gr set) CNC Red Anodized Aluminium

Tires: Michelin MUD2 Cyclocross

Tubes: Continental 700×32-47C TRO Butyl – Presta Valve

Crankset: Shimano Alivio 9V

Pedals: UNION SP 5600 Clipless MudFree Titanium/Alloy/Steeel

Seat Tube: Race Face XC Post Ride 6061 Black Anodized Aluminium

Seat: Selle Italia Flite SL X-Feel Manganese rail

Brakes: Shimano XTR, CX Cantilever

Brake Pads: Kool Stop Cross Pad, Triple Compound

Stem: Race Face Evolve XC +/- 7°

Handlebar Tape: Extreme Gel Ribbon Soft Black

Headset: Ritchey Fuzzy Logic Comp

Decals Homemade LaserCut: ALAN Replica

Seat Tube Clamp: Extreme Pro CNC Black Anodized Aluminium

GPS: Garmin EDGE 605

La bici è stata ribattezzata “Rocinante” in onore al Cavallo del Don Chisciotte:

Tratto dal Don Chisciotte di Cervantes

Según podemos leer en el famoso libro de Miguel de Cervantes Don Quijote de la Mancha, “cuatro días se le pasaron en imaginar que nombre le pondría… y así después de muchos nombres que formó borró y quitó, añadió, deshizo y tornó a hacer en su memoria e imaginación, al fin le vino a llamar Rocinante, nombre a su parecer alto, sonoro y significativo de lo que había sido cuando fue rocín, antes de lo que ahora era, que era antes y primero de todos los rocines del mundo”.  Así pues, antes de lo que ahora era, piel y huesos, fue rocín que Don Quijote aún seguía viendo como “mejor montura que los famosos Babieca del Cid y Bucéfalo de Alejandro Magno”.

Ronzinante (Rocinante in Spagnolo) è il nome del cavallo di Don Chisciotte dal romanzo Don Chisciotte della Mancia; di Miguel de Cervantes. Come si potrebbe dedurre dal nome, Ronzinante era un ronzino. Don Chisciotte gli diede questo nome prima di partire per diventare un cavaliere errante, perché gli appariva “maestoso” e “sonoro”. Il suo padrone pensò ininterrottamente per quattro giorni per trovargli un nome. Nonostante Ronzinante fosse un cavallo di scarsa qualità, Don Chisciotte lo considerava alla pari dei più grandi cavalli mai esistiti, come Bucefalo di Alessandro Magno e proprio col suffisso “-ante” il padrone lo identificava come il primo dei cavalli.

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Lettrs

ALAN BIKES 

La ALAN S.r.l. é stata fondata nel 1972 dall’Ing. Falconi Lodovico per sviluppare il brevetto riferito alla particolare e nuova tecnica costruttiva di telaio per biciclette in lega leggera di alluminio o altri materiali non adatti alla saldatura tradizionale.  Il nome ALAN è derivato dai nomi dei figli dell’Ing.Falconi:  Alberto (AL) e Annamaria (AN).

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L’idea di costruire telai per biciclette in lega leggera è nata all’Ing. Falconi nel 1971 pensando che, dato che già venivano costruiti pezzi in lega leggera di alluminio per il settore ciclo (produzione Campagnolo e manubri della TTT di Torino) sarebbe stato probabilmente possibile fare anche i telai con questo materiale. Immediatamente si mise al lavoro e dopo varie prove relative alla lega più adatta e alle colle da impiegare, con la fondazione della ALAN, nel 1972, cominciò la vera e propria produzione e commercializzazione del telaio ALAN.  Le modalità costruttive del brevetto erano molto semplici: si trattava di filettare i tubi alle estremità e inserirli nelle varie congiunzioni, sempre filettate, rendendo la giunzione veramente assoluta con l’impiego di un collante utilizzato anche nell’industria aereonautica. Il tutto veniva assiemato su dime (maschere) di montaggio per avere un perfetto centraggio del telaio.

Dato che si trattava di una novità ASSOLUTA, per quel tempo, fu necessario produrre in casa le congiunzioni in lega leggera e fare le varie lavorazioni sui tubi. Il telaio risultò subito una grossa innovazione per le sue caratteristiche di leggerezza e funzionalità e assolutamente adatto in diverse specialità (malgrado le critiche a non finire dei vari costruttori di telai in acciaio, salvo poi ricredersi quando costruttori di altri paesi extra europei adottarono la lega di alluminio).

Alan Cyclocross 015-XL

Successivamente con i tubi in lega leggera vennero adottati anche tubi in fibra di carbonio ottenendo dei telai molto resistenti e di leggerezza assoluta. L’impiego dei tubi in fibra di carbonio fu dovuto alla richiesta di un telaio con tubi in fibra da parte della TORAY Industries,Inc., giapponese, con loro tubi, che lo fece anche testare alla “Japan Vehicle Inspection Association” con ottimi risultati (anno 1976).

Ad una fiera di Parigi (anno 1977) fu poi trovato un costruttore di tubi e pertanto fu iniziata la produzione con uguale successo di quelli in lega leggera. Diciamo che sia per i telai in lega leggera che per quelli in fibra di carbonio la ALAN è stata in assoluto la prima al mondo a realizzare detti telai. Fu tale il successo che numerose squadre sia di professionisti che di dilettanti fin dall’inizio adottarono i telai ALAN.

Ricordiamo, tra le altre, come prima nel 1973 la tedesca HA-RO e la squadra nazionale dilettanti della Polonia (1973/1974) e già in Italia la Magniflex dal 1974 al 1979, la Furzi, la Vibor, la GBC, la Selle Royal, la Fiorella, la Famcucine, la Santini e all’estero la TEKA (Spagna), la FANGIO (Belgio) e la VARTA (Colombia) e le varie squadre di FANINI (Amore e Vita)e di GUERCIOTTI.

Tra i corridori ricordiamo, tra gli altri: Zilioli, Basso, Bertoglio, Gavazzi, Baronchelli, Beccia, Battaglin e poi Thevenet, Kuiper, Lejretta, Parra, Lucio Herrera, Johansson e nel ciclo cross i campioni Liboton, Zweifel, Wolfsholl, Stamsnijder, Thaler, Kluge e gli italiani Di Tano e Pontoni (21 titoli Mondiali vinti nel ciclo cross) e per la pista Clark, Risi, Golinelli, Brugna e Villa. Tra le donne non possiamo non ricordare MICHELA FANINI già vincitrice del giro d’Italia e Campionessa italiana.

Inoltre, la ALAN ha sempre fornito i telai al ciclista Giuliano CALORE detentore di numerosi primati del Guiness che ha ottenuto percorrendo salite e discese con una bicicletta priva di manubrio e freni.

La Bici e l’articolo di D. Zambra (Velo Club Sestese)

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